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lunedì 8 settembre 2008

Cosa sta accadendo alla scuola italiana?

Seguo da giorni il dibattito sulla riforma scolastica propugnata dal ministro Gelmini . Più che dai contenuti, sono stato colpito dall'uso che il ministro lombardo fa del congiuntivo, degno del peggior Di Pietro, constatando amaramente, grazie al solito Stella, quali siano i concetti di meritocrazia e coerenza per l'astro nascente del partito delle libertà ...

Scherzi a parte ammetto di non avere gli strumenti per poter esprimere un giudizio sulla riforma scolastica proposta e quindi mi affido alla competenza del professor Claudio Chillemi vice preside della scuola media statale di Valverde (CT), di cui pubblico integralmente un'illuminante disamina sullo stato della scuola italiana.


Fondazione science fiction magazine
Claudio Chillemi secondo da sinistra



Quello che sta accadendo alla scuola italiana ha il sapore del cataclisma.

Da più parti si cerca di usare pietosi eufemismi per nascondere un semplice dato di fatto: lo stato (quindi noi cittadini) non possiamo più permetterci una scuola pubblica di qualità. Sono state le spese folli degli ultimi decenni, la corruzione diffusa e il relativo sperpero di denaro, la tremenda evasione fiscale, l’incapacità dell’imprenditoria italiana pubblica e privata di produrre ricchezza, sono state tante cose; ma, sta di fatto, che oggi non ci sono i soldi per permettere alla scuola pubblica di funzionare bene e di funzionare al meglio. La scuola, ovviamente, non è la sola cosa che gli italiani non si possono più permettere, accanto ad essa c’è la sanità, anche questa toccata da numerosi e circostanziati aggiustamenti di bilancio; ma, è certo, che la scuola con il suo “quasi milione” di dipendenti, rappresenta per le tasche pubbliche una spesa non indifferente. Ecco dunque i tagli.

Vista così, la vicenda potrebbe anche avere un briciolo di logica. Quando in una famiglia c’è un problema economico, la prima cosa che si fa è risparmiare sulle spese. Buon senso che vale per il micro quanto per il macro cosmo, è ovvio. Ma una famiglia risparmierebbe mai sull’educazione dei figli? Risparmierebbe mai sulle cure sanitarie? Ovviamente no. Nessun padre di famiglia degno di questo nome spenderebbe 1000 euro al mese di telefonate e manderebbe il figlio a lavorare a tredici anni. Ebbene, paradosso dei paradossi, il governo italiano sta pensando di fare questo. Uno stato, infatti, che spende oltre un miliardo di euro l’anno per le consulenze nella pubblica amministrazione; che nel 2004 ha versato 250 milioni di euro per il rimborso delle spese elettorali ai partiti che hanno partecipato alle competizioni europee; che negli ultimi 10 anni ha visto spendere oltre 2,2 miliardi di euro per la gestione del Quirinale; che nel 2006 ha speso 1,4 miliardi per le spese del Senato e della camera; uno stato quindi che sperpera senza pietà, pensa di risparmiare sulla salute e l’educazione dei cittadini!
Questa è già una considerazione aberrante di per se, se non fosse che al peggio non c’è mai fine. Infatti, insieme al forzato e insensato risparmio si vuol far passare anche qualcos’altro: un’inquietante “caccia alle streghe”. La serie di falsità condita con dati statistici confezionati all’uopo, che sono state in questo periodo spacciate per “verità rivelata” sulla scuola, altro non sono che l’alibi con cui si vuole compiere il delitto perfetto. Passiamole in rassegna:

La scuola Italiana ha un rapporto alunni insegnanti più alto che in altri paesi europei, se lo abbassiamo risparmiamo.

Vero. Nei paesi Ocse ci sono 7,5 insegnanti ogni 100 alunni, in Italia 9,1 (ovviamente sarebbe anche interessante vedere il rapporto elettore/rappresentanti in Italia, se si pensa che nel nostro paese vi sono ben 180.000 rappresentanti dal vicesindaco del più piccolo comune al presidente della repubblica, in questo caso il confronto con altri paesi è agghiacciante!). Ma perché accade questo?
L’Italia ha una conformazione geografica particolarissima, piena di comunità montane e insulari. Si calcola che in queste zone sono dislocate circa 2000 scuole (che difatti sono le prime che con ogni probabilità saranno ridimensionate, costringendo magari un bambino di 10 anni ad alzarsi ogni mattina alle 5 per prendere un pullman che dopo un’ora lo porta a scuola!!!), tali istituti sono popolati di classe piccole, addirittura piccolissime, perché se a Salina, facciamo un esempio, ci sono 5 ragazzi in età di terza elementare non si può certo accorpare la classe di Salina con quella di Lipari, c’è il mare in mezzo. E’ evidente che l’incidenza di tali scuole nella media nazionale fa innalzare il rapporto insegnanti alunni di cui sopra. Questa è una rilevazione scientifico-matematica. Ma ci sono altre tre considerazioni, di ordine didattico, pedagogico e anche di maturità e civiltà.
In questo rapporto insegnanti/alunni sono contenuti gli insegnanti di sostegno per i portatori di H. Negli altri paesi i diversamente abili (tranne rari casi) hanno scuole speciali tutte per loro (e chi esce da una di queste scuole è segnato per tutta la vita, ricordate Forrest Gump?); da noi si è fatta una scelta di alta civiltà, questi alunni sono stati inseriti nelle classi degli istituti pubblici aperti a tutti, insieme agli alunni cosiddetti normali, nel tentativo (mai vano) di non ghettizzarli. E’ un errore, questo?
Seconda considerazione, nella scuola di base (le elementari) si è impostato un modulo d’insegnamento che prevede tre insegnanti per due classi (con alcune varianti, esso comunque si basa sulla specializzazione d’insegnamento di ciascun insegnante che può espletare le materie in cui si trova più a suo agio ed è più preparato), questo ha fatto aumentare del 33% il numero degli insegnanti della scuola elementare, ma ha dato a questo arco di studi una dignità tale da essere considerata la migliore scuola di base del pianeta (addirittura diversi esperti del mondo anglosassone e del nord Europa, negli anni passati venivano in Italia a studiare come era “fatta” la nostra scuola elementare). Forse è stato troppo, per l’Italia di oggi. Scusate se siamo stati troppo bravi e fateci tornare al maestro unico armato di bacchetta che mette in riga i bambini con il grembiulino.
Terza ed ultima accezione. Il rapporto docenti/alunni è aumentato anche per il fatto che in molti istituti superiori (soprattutto quelli tecnici e professionali) vi sono molte figure di docenti chiamati “assistenti tecnici o di laboratorio”, vale a dire insegnanti che prendono in consegna le classi per insegnar loro attività pratiche o che assistono l’insegnante curriculare nell’insegnamento di attività pratiche. La loro eventuale scomparsa si commenta da sola in un paese che lamenta sempre la lontananza della scuola dal mondo del lavoro e delle attività pratiche.
E’ tutto qui? No, perché per completezza dobbiamo anche fornire un altro dato. Quanto spende l’Italia per l’Istruzione? Con un rapporto così alto docenti alunni, con tutti gli sprechi si impuntano al sistema scolastico, sarà un’eresia, diranno i più. No! L’Italia spende il 4,6% del PIL per l’Istruzione, contro 7,4 della Svezia, il 7,6 della Norvegia e l’8,4 della Danimarca. Tirate voi le somme!


I docenti Italiani sono sottopagati ma lavorano meno degli altri.

Che i docenti italiani sono sottopagati è vero, non stiamo qui a snocciolare cifre, basti pensare che dopo 15 anni di servizio un docente italiano percepisce 30.000 dollari l’anno (circa 20.000 euro), contro i 40.000 di spagnoli e inglesi e i 50.000 dei tedeschi (un docente italiano percepisce uno stipendio medio mensile inferiore agli uscieri della ARS di Palermo, mica chiacchiere). Molti, però, dicono che il docente italiano lavora meno degli altri. Nella scuola media e superiore 18 ore a settimana. Altra bufala colossale, non tanto perché gli stranieri non lavorano più di 18 ore (in alcuni casi l’orario medio settimanale è di 24, 30, 32 ore), ma perché noi lavoriamo ben più di 18 ore.

In primo luogo le 18 ore sono ore d’insegnamento, ma il contratto nazionale prevede tutta un’altra serie di obblighi orari da rispettare. 80 ore annue di collegi, consigli di classe, riunioni con i genitori, programmazione. 80 ore diviso 35 settimane di scuola sono circa 2,2 ore a settimana. Quindi da 18 siamo già a 20 ore. Poi il contratto dice che la preparazione delle lezioni, dei compiti (e la loro correzione), sono da ritenersi obbligatorie per il docenti (attività funzionali all’insegnamento). Bene, un docente con tre classi, che insegna italiano passerà o no almeno mezz’ora al giorno a preparare la lezione di latino, il compito d’Italiano, la spiegazione di storia? Mezz’ora moltiplicata per i cinque giorni alla settimana d’insegnamento, fa ancora 2,5 ore a settimana. Quindi da 20 siamo già passati a 22 ore (lasciamo stare i decimali, perché magari c’è chi fa qualcosa in più chi fa qualcosa in meno). Poi c’è la correzione dei compiti. Avere 3 classi significa correggere almeno 60 compiti al mese (che sia italiano, lingua, matematica, disegno, ricerche di scienze, di tecnica, e chi più ne ha più ne metta). Quanto tempo ci vuole per correggere 60 compiti? 20 minuti a compito? 30 minuti? 15 minuti? Facciamo 15, giusto per tenerci bassi, e per essere in media, perché c’è chi ha 6 classi e non 3, e chi ne ha 1 sola e non 3. Ma 15 minuti a compito per 60 compiti sono ben 15 ore al mese, 4 ore alla settimana. E quindi già da 22 ore si passa a 26. Poi il contratto dice che il docente deve provvedere a instaurare rapporti costanti con le famiglie (non quindi le riunioni collegiali che fanno parte delle 80 ore di cui sopra). Per instaurare un rapporto costante con le 60 famiglie delle sue tre classi, un docente quante ore settimanali deve mettere a disposizione? 1, 2 o 3? Facciamo 2, perché c’è chi magari ne impegna 3, chi ne impegna 1. Quindi da 26 ore a settimana si passa a 28. Quindi vi è la tenuta in ordine del registro personale. Una volta i registri erano semplici, voti assenze e poco altro. Oggi, la burocratizzazione capillare della scuola, ha portato a registrare un numero considerevole di dati: programmazioni personalizzate; percorsi didattici; verifiche alternative; una innumerevole serie di valutazioni (una per ogni sfumatura della propria materia), ecc…Per mantenere in ordine un registro così complesso occorre almeno un’ora alla settimana per classe, mediamente un docente ha 3 classi, ergo 3 ore a settimana e le 28 ore diventano 31 (…e ci volevano far compilare anche il Portfolio!).

Poi c’è l’aggiornamento. Conteggiare le ore di aggiornamento è molto difficile. Per un insegnante di storia dell’arte o di lettere, andare da Catania a Firenze, può anche essere un viaggio di piacere, ma è anche un viaggio di aggiornamento. Per un insegnante di lingua inglese, trascorrere 10 giorni a Londra è un viaggio di piacere o di aggiornamento? Leggere un libro, vedere un film, andare ad una mostra, assistere ad una conferenza scientifica, sono aggiornamento? I più direbbero di si, anche se sono cose che con gli stipendi degli insegnanti è sempre più difficile permettersi. Come è aggiornamento la partecipazione a corsi organizzati all’uopo dalle scuole.

E’ così facile dimostrare come le 18 ore a settimana siano in realtà 31, forse 32 o 33, o anche di più.

Poi c’è la questione dei “tre mesi di vacanze l’anno”. Antico retaggio di una scuola che iniziava ad ottobre. Oggi la scuola per un insegnante termina il 30 giugno ed inizia il 1 settembre. Molti istituti sforano ai primi di luglio, alcuni anticipano alla fine d’agosto il ritorno in servizio dei docenti. E’ vero anche che ci sono le vacanze di Natale e di Pasqua. Ma andiamo con ordine. Ogni dipendente pubblico ha diritto a 32 giorni di ferie e a 4 giorni di festività soppresse, totale 36 giorni. Quando un dipendente prende le ferie non si conteggiano le festività e le domeniche. Quindi in 2 mesi, che sono 60 giorni, ci sono 36 giorni di ferie, più 9 domeniche e ferragosto, totale 46 uguali per tutti. La scuola ha quindi 14 giorni in più, ma chi fa esami di maturità fino a metà luglio? Chi deve fare corsi di recupero fin dalla fine di agosto? Chi ha un Collegio Docenti il 3 Luglio? Chi ha una sessione di esami straordinaria il 25 agosto? Diciamo allora che, per tutte queste eventualità, i 14 giorni li facciamo scendere in media a 7. Poi ci sono Natale e Pasqua. Totale 19. Però, di questi giorni 8/9 sono comunque vacanza per tutti (i rossi più le domeniche), quindi restano 10 giorni che sommati ai 7 estivi fanno 17. La scuola fa poco più di due settimane in più di vacanza rispetto a tutti gli altri dipendenti e non tre mesi come si sente sempre dire. Ma, come abbiamo dimostrato, l’insegnante fa anche 13/14 ore di lavoro in più alla settimana, rispetto alle misere 18 ore di cui si parla in giro. In conclusione, un docente svolge un lavoro “nero” o meglio “sottobanco” per quasi il doppio del suo orario di lezioni per tutto l’anno, per avere qualche giorno in più di vacanza; ma se a questo si confronta il fatto che nella pubblica amministrazione ogni dipendente usufruisce di circa 13 giorni l’anno di malattia contro i poco più di 9 del comparto scuola (dati venuti fuori dopo la sfuriata Brunetta contro i fannulloni…), voilà la differenza è colmata.


Bisogna costruire una carriera per gli insegnanti così i più meritevoli verranno retribuiti adeguatamente.


Come si fa a giudicare un insegnante? In base al successo dei suoi alunni? E cosa vuol dire successo? Essere promosso o essere bocciati? Avere sufficiente partendo da zero o avere buono partendo da ottimo? E poi. Un insegnante bravo può essere giudicato dal suo dirigente? O si verrebbe a creare una forma di sudditanza simile a quella che aleggiava in certi uffici pubblici subito dopo la guerra (per tacere del “ventennio”)?

Un bravo medico è colui che dimette un paziente da un ospedale o colui che lo guarisce pur non dimettendolo, o dimettendolo quando è giunto il momento opportuno?
Per anni la scuola ha subito questa stortura. Essa è stata la scuola del successo formativo, quindi non contava cosa un ragazzo sapeva e cosa non sapeva, contava solo che in qualcosa era migliorato rispetto alla partenza del suo percorso scolastico. Così le scuole sono state per anni giudicate in base a quanta alunni venivano promossi non per quello che gli alunni avevano imparato; insomma è come giudicare un ospedale non da quanta gente guarisce ma da quanta gente dimette, poco importa se poi uno va a morire a casa!
Allora, ripeto: come giudicare gli insegnanti? In base a quello che i loro alunni conoscono. Si può provare, ma è ovvio che un insegnante che lavora in periferia non può avere alunni con le stesse conoscenze di un docente che lavora al centro di una città (magari del Nord…). E così siamo punto e accapo.

L’ideale sarebbe testare la conoscenza di un alunno all’inizio di un ciclo di studi e confrontarla con quella che possiede alla fine del ciclo di studi. Ideale, ma giusto? Anche qui ci sono delle difficoltà: un alunno può avere una famiglia che gli permette di apprendere di più con iniziative che con la scuola hanno poco a che vedere (corsi di lingua in Inghilterra; studi di pianoforte; insegnanti privati di latino; ecc…) o avere una famiglia che se ne infischia dell’educazione e dell’istruzione vanificando il lavoro dell’insegnante; in entrambi i casi i docenti non avrebbero modo di influire sul “sapere” del proprio alunni, e quindi sarebbero in giudicabili.

Ancora una volta un buco nell’acqua. Facciamo i concorsi allora! Se vuoi passere al gradino superiore devi sostenere degli esami, devi far vedere che vali di più, allora diventi “docente esperto”. Può anche andare bene, ma chi giudicherà gli insegnanti? E, soprattutto, su cosa verranno giudicati. La scuola è piena di docenti che hanno acquisito un’esperienza tale da essere una ricchezza, ma tale esperienza è di difficile censimento da parte di una commissione concorsuale: ci sono docenti che sanno gestire la disciplina in una classe senza metodi repressivi e note di demerito, come valutare questa capacità? Ci sono docenti che sanno coordinare in modo straordinario i percorsi didattici di un intero Consiglio di Classe, come valutare questa predisposizione? E potremmo continuare all’infinito, con tante piccole ma grandi predisposizioni acquisiti in anni di lavoro o, più semplicemente, come talento di nascita. Una commissione concorsuale non farebbe altro che registrare vuote conoscenze teoriche (e in parte astratte) che hanno poco a che vedere con la pratica di un “docente esperto” (come vorrebbe fosse chiamato la Gelmini).

Allora chi può giudicare? Il dirigente scolastico? Potrebbe rientrare nei suoi compiti (e in parte già lo rientra), ma sarebbe come ritornare cinquanta o sessanta anni indietro quando il capo ufficio poteva disporre di “vita e di morte”. Anche questa una via poco percorribile.

La verità che sta dietro questa fantomatica “carriera” è un’altra. Il messaggio è stato chiaro (lo ha detto la stessa Gelmini), se vi sono meno insegnanti si possono pagare quelli che restano un po’ di più; e, tra quelli che restano, una piccola casta si può retribuire ancora meglio. Un modo come un altro per turare la bocca alla classe docente tutto a scapito di migliaia di precari che da anni svolgono il loro lavoro e che si troverebbero da un giorno all’altro in mezzo alla strada. E di questi giorni, poi, l’idea di “aumentare” le ore dei docenti. Come? Aumentano le ore e aumenta lo stipendio? Difficile se non impossibile, vista l’dea che si vuole risparmiare. Aumentano le ore e diminuiscono le cattedre? Facile, perché un docente che passa da 18 a 24 ore, deve trovare le sei ore in più nella cattedra di un altro docente. Allora, l’equazione è semplicissima. “Rubo” le sei ore ad un precario, le do ad un docente di ruolo pagandolo “appena di più”. Per semplificare: un docente precario guadagna 1200 euro al mese (nette), se le sue 18 ore le divido per tre docenti di ruolo, a loro do 100 euro in più al mese per le ore in più e così risparmio 900 euro (100x3=300; 1200-300=900)! Oppure, le ore in più potrebbero essere date ai “docenti esperti” di cui sopra che verrebbero retribuiti di più, quindi, non tanto per i loro meriti ma perché lavorano di più, dov’è allora la carriera? Se un appuntato prende più di un carabiniere è perché uno è di grado superiore all’altro, se devo lavorare di più per prendere di più a che pro la “carriera”, è scontato che se lavoro di più prendo di più!

Il Grembiule il Voto e…La Condotta!

Se parlate con la maggior parte degli insegnanti quello che salta subito all’occhio e che tutti chiedono maggior rigore, ordine e semplificazione dei giudizi. Portare avanti queste crociate, quindi, significa far ricorso ad una mera azione di captatio benevolentia di vecchio stampo. Un po’ come si cerca di fare con la “carriera” di cui sopra.

Tutti gli insegnanti degni di nota sanno bene che far ricorso ad un brutto voto per ottenere disciplina ed attenzione è una sconfitta. Non ci sono mezzi termini per definirla. Per gli alunni, poi, che superano i limiti (i caratteriali, i dipolari, ecc…), il brutto voto non è la soluzione adeguata, quella più adeguata sarebbe assegnarli un insegnante di sostegno…Ma, abbiamo già visto che a settembre si aprirà la “caccia” agli insegnanti di sostegno e quindi…Allora? Allora è semplice interpretare il brutto voto come un do ut des tra il governo e gli insegnanti: io ti do classi molto più numerose, meno insegnanti di sostegno; ma, in compenso ti do il voto come deterrente umiliante e il voto in condotta come scusa per la bocciatura…

E il grembiule? Magnifica idea, peccato che a scuola ogni alunno possiede uno o più cellulari, uno o più palmari, che, nonostante circolari e controlli, stanno sempre li. Si pensa davvero di riuscire a convincere milioni di ragazzi e di famiglie a rinunciare al griffato? Certo, è una bella crociata che come le vere crociate e le vere guerre distrae dai problemi reali della scuola.

Certo, lo stillicidio quotidiano sulla scuola che ha per protagonisti i vertici del nostro governo è interminabile. “Via gli insegnanti del sud dalla scuola del nord” (dove sono il generale Grant e il generale Lee? Manca solo Abramo Lincoln!); frase che non ha alcun senso se si pensa che senza insegnanti del sud più di metà delle scuole del nord potrebbero chiudere. Oppure, e ancora, “gli insegnanti del sud abbassano la media della scuola Italiana”. Ma come!? Se la scuola del Nord è piena di insegnanti del sud ed è all’avanguardia (dati Ocse), non è certo colpa degli insegnanti se la scuola del sud va male ma dalle infrastrutture. Certo, pensare che si vogliono spendere 4 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto quando quasi il 60% delle scuole italiane non ha un certificato di abitabilità e non è costruita con norme antisismiche fa molto riflettere!

E’ poi di questi giorni la notizia che la scuola Italiana costa 42,5 miliardi di euro. Una cifra pazzesca, ovviamente. Ma lo vogliamo ricordare che il servizio scolastico è destinato a decine di milioni di persone? E che, comunque, questa cifra, per quanto pazzesca, è “solo” il 20% dell’evasione fiscale annua calcolata in 200 miliardi? Poi si potrebbe fare un semplicissimo paragone, il costo previsto per le due Camere del parlamento Italiano per il 2007 è di circa 1,5 miliardi di euro per sostenere il lavoro di 1000 deputati, fate voi una semplice proporzione, o è mera demagogia?

Concludendo…

Uno stato che non investe sull’educazione dei propri giovani e sulla salute dei suoi cittadini non può andare molto lontano. Uno stato che, contemporaneamente, spende e spande per mille indecorose indecenze (e di questi giorni la notizia che un deputato regionale siciliano guadagna 14.000 euro al mese, più di un ministro!), vede ancora più drasticamente ridotta la strada che potrà percorrere in futuro. Certo, l’idea di base, il nocciolo della questione, è un altro. Forse, dietro tutto questo c’è la paura che una scuola di qualità sforni generazioni di cittadini consapevoli, capaci di discernimento e di selettività, chiamiamola “elettorale”. Da sempre l’ignoranza genera controllo (ricordate il Latino del dottor Azzeccagarbugli come rincretinisce il povero Renzo che dalla sua ha anche la giustizia?), e coloro che chi ci governano vogliono forse una società italiana ignorante e facilmente “etere pilotabile”, dove chi se lo può permettere manda i propri figli in una scuola privata, per generare una piccola casta di uomini di potere. Forse…Ma speriamo di no.

NB – TUTTI I DATI PRESENTI SONO TRATTI DAI LIBRI “LA CASTA” E “LA DERIVA” DI S. RIZZO E G.A.STELLA.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Complimenti per questo post che condivido in pieno e per il tuo blog davvero interessante.

Ti andrebbe uno scambio di link con il mio?

Se ti va, fammi sapere sul mio blog "Estate incantata"

Grazie e buona serata.

Unknown ha detto...

con piacere, ogni voce libera è più che benvenuta :)

Anonimo ha detto...

Tutto giusto per carità, ma leggendo questo articolo, come altri del genere, mi vengono in mente principalmente due cose:
1) Tutti cercano di portare acqua al proprio mulino, e cioè per tutti nel proprio settore c'è qualcosa che non va e che andrebbe migliorato, ma nessuno fa niente per fare che ciò avvenga.
2) Come diceva la buonanima di mio nonno "se vuoi stare bene, lamentati..."
Conoscendo bene l'autore del post magari non è proprio questo il caso ma secondo me si tratta di una situazione abbastanza generalizzata che non colpisce solo il comparto scolastico, io sono nel settore amministrativo delle forze di polizie e potrei dire cose che farebbero "accapponare la pelle" come si dice in gergo, e come il mio e il tuo caro Claudio, in tutti i settori in Italia la crisi è evidente. Dunque come disse qualcuno, non chiediamoci cosa può fare per noi il nostro Paese (almeno finchè ne abbiamo uno) ma chiedamoci cosa possiamo fare noi per lui....