Sono un discreto ascoltatore, ma a volte certi messaggi mi arrivano giù fino allo stomaco.
Durante un seminario sulla crescita e sui mercati emergenti tenuto in ECSI, il professor Kash Rangan dell'Harvard Business School ha mandato uno di quei messaggi che arrivano dritti dritti a destinazione.
Piccola premessa ...
I nostri figli dovranno confrontarsi con ragazzi nati e cresciuti in un contesto che è molto simile a quello che vissero i nostri padri dopo la fine della seconda guerra mondiale: sacrificio sacrificio sacrificio, studiare studiare studiare ...
Abusando ancora una volta di una metafora sportiva, i ragazzi cresciuti nelle economie emergenti, sono come quegli atleti che si sono allenati molto bene, e che grazie al metodo ed al sacrificio, risultano poi avere un vantaggio considerevole.
I nostri figli invece, rischiano di non essere pronti alla competizione, di partire con un grosso handicap rispetto ai loro coetanei cinesi, sud africani, sud coreani o indiani e di sottovalutarne le incredibili potenzialità.
Ed ecco il messaggio, non mandate d'estate i vostri figli a studiare a Londra, New York, Parigi o Madrid, mandateli a Shangai, piuttosto che Bangalore o Cape Town.
Capiscano così fin da subito con chi sarà necessario confrontarsi per vincere la competizione nel mercato del lavoro globale.
Il blog di Filippo Monastra ... liberi pensieri su tutto quello che mi passa per la testa ...
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martedì 10 luglio 2012
venerdì 20 gennaio 2012
Movimento dei forconi in Sicilia ... quali saranno i frutti?
C'è la mafia o l'esasperazione di un popolo dietro la protesta del movimento dei forconi in Sicilia?
Troppo spesso le cose non sono come appaiono, io da lontano vedo comunque il fenomeno come un segno positivo e di cambiamento, non ci resta che attendere.
Diceva duemila anni fa, qualcuno molto più autorevole del sottoscritto: "Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero, infatti, si riconosce dal suo frutto" ...
Troppo spesso le cose non sono come appaiono, io da lontano vedo comunque il fenomeno come un segno positivo e di cambiamento, non ci resta che attendere.
Diceva duemila anni fa, qualcuno molto più autorevole del sottoscritto: "Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero, infatti, si riconosce dal suo frutto" ...
mercoledì 18 gennaio 2012
L'Italia dei De Falco e degli Schettino
I momenti di difficoltà e di stress agiscono come amplificatori delle peculiarità umane. In un momento così difficile come questo, è facile trovare delle analogie con il vergognoso episodio di cui si è reso protagonista il capitano della nave da crociera Costa Concordia.
Dalla politica, alla società civile, il nostro paese è pieno di tanti "schettini". Ma fortunatamente, grazie a qualche comandante De Falco che ci ricorda quali sono i nostri doveri e che la codardia non è un valore da sfruttare, viene restituita un po di dignità a noi italiani.
I primi bagliori di una protesta civile in Sicilia, dai tempi dei Vespri Siciliani, fanno ben sperare che l'Italia dei furbetti, dei codardi dei volta gabbana non abbia futuro.
Se prevarranno i De Falco agli Schettino, i nostri figli avranno un futuro, altrimenti sarà meglio cambiare paese.
Dalla politica, alla società civile, il nostro paese è pieno di tanti "schettini". Ma fortunatamente, grazie a qualche comandante De Falco che ci ricorda quali sono i nostri doveri e che la codardia non è un valore da sfruttare, viene restituita un po di dignità a noi italiani.
I primi bagliori di una protesta civile in Sicilia, dai tempi dei Vespri Siciliani, fanno ben sperare che l'Italia dei furbetti, dei codardi dei volta gabbana non abbia futuro.
Se prevarranno i De Falco agli Schettino, i nostri figli avranno un futuro, altrimenti sarà meglio cambiare paese.
mercoledì 12 ottobre 2011
10 miti da sfatare sull'utilizzo dei social media nel business

Oggi si parla tanto di social media, e su come sia fondamentale la loro assoluta conoscenza per fare business.
Miti su come e perché utilizzare queste reti abbondano, comunque ciò che nessuno di noi può permettersi è quella di stare a guardare tutto svolgersi, specialmente quando questo può avere un'implicazione sul vantaggio competitivo delle nostre aziende.
Prendendo spunto da un interessante articolo che ho letto su Forbes vorrei provare a fare chiarezza sull'utilizzo dei social media nel business, suggerendo per alcuni di essi, dei piani di azione concreti.
Mito 1: Gli aggregatori di News sono morti
Siamo bombardati da notizie, decidere cosa è rilevante o non importante per noi, non mi pare davvero fuori moda.
Mito 2: Tutti sono sui social media
Le statistiche smentiscono clamorosamente questo mito. L'80% delle persone che decidono di acquistare un prodotto, non ne ha mai sentito parlare attraverso i social media. Questa è una tattica per spaventare e per vendere ovviamente spazi pubblicitari. La verità è che i social media non sono sul radar di ognuno - non ancora, comunque.
Piano d'azione: Anche se il vostro target demografico non è sui social media, è possibile sfruttare la potenza del Web, rendendo più facile per i motori di ricerca come Google di trovare il vostro sito web ("ottimizzazione dei motori di ricerca"). Questo non è difficile, ma l'approccio richiede un certo tempo per essere compreso.
Mito 3: Non è possibile realizzare tutto "in casa"
Certo non vi aspettate di sviluppare in poche settimane, un nuovo facebook, a meno che non vi chiamate Mark Zuckerberg. Però con una spesa modica, o sfruttando soluzioni disponibili on line anche gratuitamente, molto può essere fatto.
Mito 4: Si devono spendere ore al giorno su Twitter
Molti utenti anonimi hanno subito ingiunzioni legali per violazione della privacy. Personalmente preferisco nel mio tempo libero, spupazzarmi la mia piccola Carla.
Mito 5: I social media sono solo un canale di comunicazione
A prima vista, i social media possono apparire come un megafono potente. Lo sono, ma non bisogna stupirsi se a volte, la loro efficacia è al di sotto delle aspettative. Inviare un messaggio non è sufficiente. Il mio amico Prof. Phil Clampitt, nel suo libro "Embrace uncertainty" parlava in questi casi di tecnica "Spray and Pray". Quello che conta è il coinvolgimento delle persone e la capacità di mantenere alto il loro livello di attenzione.
Mito 6: I social media possono sostituire i propri siti web
Mi piace paragonare i siti web delle aziende, ai salotti delle nostre case, dove normalmente accogliamo i nostri ospiti più importanti. Chi penserebbe mai di delegare questo ad un conoscente o ad un anonimo vicino di casa.
Mito 7: Bisogna essere presente in ogni social media
Se hai già un account su Facebook, LinkedIN e Twitter, ritieniti più che soddisfatto.
Piano d'azione: Aggiorna il tuo profilo, elimina i messaggi o le foto inappropriate, e assicurati che la mail e le altre informazioni chiave per contattarti e comprendere il tuo profilo professionale, siano costantemente aggiornate.
Mito 8: Non è possibile misurare il ritorno degli investimenti dei social media
Nella progettazione di MBO e Balanced Scored Cards ho imparato che ciò che non può essere misurato, difficilmente assume priorità elevata nei piani di esecuzione.
Piano d'azione: Definisci le metriche ed i ritorni che ti aspetti dall'uso dei social media, così come fai con qualsiasi altro strumento usato nella gestione del business della tua azienda.
Mito 9: I social media sostituiranno i rapporti interpersonali "reali"
Pur avendo negli ultimi 10 anni, apprezzato le potenzialità offerte dalle piattaforme di collaborazione virtuale, non ho trovato ancora nulla di più efficace di una chiacchierata con un collega o un business partner, davanti ad un buon caffé o bevendo una birra insieme la sera in un pub.
Mito 10: Gestire un blog è tempo perso
Può darsi :-) ma mi ostino a pensare che non sia affatto vero. E' vero c'è tanta informazione su internet, perché preoccuparsi di creare un nuovo blog e condividere il proprio punto di vista, le proprie conoscenze?
Ecco perché: Ti dà una voce e almeno un minimo di controllo sull'immagine personale ed aziendale. Certo prerequisito fondamentale alla fine, è che si abbia realmente qualcosa di importante da dire. Astenersi spammer o condivisori di pseudo perle di saggezza.
Piano d'azione: Creare un blog è molto facile, io l'ho imparato 5 anni fa grazie ad un tutorial caricato su You Tube da una ragazzina di 15 anni :-)
Avete altri miti da suggerire? Sono sicuro che la lista sia ben lungi dall'essere completa :-)
martedì 20 settembre 2011
La colpa della crisi? Sempre di qualcun altro
Il declino del nostro paese continua e viene certificato da Standard and Poor's che nella notte, ha diminuito di un punto il voto al debito italiano: siamo scesi da A+ ad A.
Invece di riflettere sulle cause ed accelerare le necessarie riforme, il presidente del consiglio, ancora una volta, ritiene di altri la causa dei problemi del nostro paese. La decisione di S&P è secondo il premier, colpa esclusiva della stampa (di sinistra? Quale?).
Non sorprende certo questa presa di posizione, del resto tre anni fa le cause della crisi erano secondo Silvio Berlusconi, puramente di natura psicologica. Per rafforzare la sua tesi e silenziare tali voci, il presidente del consiglio aveva suggerito alle aziende di non acquistare spazi pubblicitari dalla RAI e da quegli organi di comunicazione che si ostinavano ancora a dire che il mondo e l'Italia erano davanti ad una crisi economica paragonabile a quella del 1929.
Senza approfondire ulteriormente questa abnorme dichiarazione, ulteriore esempio dell'anomalia politica italiana e dello scandaloso conflitto d'interesse del premier, proviamo ad analizzare alcuni numeri:
La spesa pubblica nel nostro paese, pesa il 52% della ricchezza prodotta ogni anno; i tedeschi spendono il 35%. Nel nostro paese, meno dell'1% del PIL viene speso in ricerca e sviluppo ed innovazione mentre in paesi come Svezia, Finlandia, Giappone, Corea del Sud l'investimento supera il 3%.
Negli ultimi 17 anni Silvio Berlusconi è stato presidente del consiglio per tre volte. Negli ultimi 10 anni ha governato per otto. Ma è mai possibile che le responsabilità della crisi e del declino del nostro paese siano da addebitare sempre ad altri?
Adolf Hitler, quando l’esercito russo nell’aprile del 1945 stava radendo al suolo Berlino e la Germania stava collassando su se stessa, ebbe l’arroganza di dire che quello che stava succedendo era tutta colpa dell’esercito/popolo tedesco che non aveva saputo combattere con determinazione (povero popolo).
Per capire il presente, non bisognerebbe mai dimenticare il passato.
Invece di riflettere sulle cause ed accelerare le necessarie riforme, il presidente del consiglio, ancora una volta, ritiene di altri la causa dei problemi del nostro paese. La decisione di S&P è secondo il premier, colpa esclusiva della stampa (di sinistra? Quale?).
Non sorprende certo questa presa di posizione, del resto tre anni fa le cause della crisi erano secondo Silvio Berlusconi, puramente di natura psicologica. Per rafforzare la sua tesi e silenziare tali voci, il presidente del consiglio aveva suggerito alle aziende di non acquistare spazi pubblicitari dalla RAI e da quegli organi di comunicazione che si ostinavano ancora a dire che il mondo e l'Italia erano davanti ad una crisi economica paragonabile a quella del 1929.
Senza approfondire ulteriormente questa abnorme dichiarazione, ulteriore esempio dell'anomalia politica italiana e dello scandaloso conflitto d'interesse del premier, proviamo ad analizzare alcuni numeri:
La spesa pubblica nel nostro paese, pesa il 52% della ricchezza prodotta ogni anno; i tedeschi spendono il 35%. Nel nostro paese, meno dell'1% del PIL viene speso in ricerca e sviluppo ed innovazione mentre in paesi come Svezia, Finlandia, Giappone, Corea del Sud l'investimento supera il 3%.
Negli ultimi 17 anni Silvio Berlusconi è stato presidente del consiglio per tre volte. Negli ultimi 10 anni ha governato per otto. Ma è mai possibile che le responsabilità della crisi e del declino del nostro paese siano da addebitare sempre ad altri?
Adolf Hitler, quando l’esercito russo nell’aprile del 1945 stava radendo al suolo Berlino e la Germania stava collassando su se stessa, ebbe l’arroganza di dire che quello che stava succedendo era tutta colpa dell’esercito/popolo tedesco che non aveva saputo combattere con determinazione (povero popolo).
Per capire il presente, non bisognerebbe mai dimenticare il passato.
domenica 28 agosto 2011
Al Catania lo scudetto 2011 dei bilanci della serie A
Sono stati da poco pubblicati i bilanci delle squadre di serie A relativi all'esercizio 2010 - 2011.
I campioni d'Italia del Milan, si sono rivelati secondi nell'ammontare delle passività (-84 milioni) dietro ai cugini dell'Inter (-224 milioni).
Se si guarda invece alla capacità di gestire entrate ed uscite, senza dubbio lo scudetto dei bilanci va al Calcio Catania che ha chiuso l'esercizio con un utile di 13,5 milioni di euro. Un record se si tiene conto che la società etnea può contare solo su 45 milioni di ricavi contro i 323 dell'Inter ed i 253 del Milan.
Insieme al Catania solo altre 4 società hanno chiuso in attivo il bilancio: Juventus (4,5), Lazio (1,6), Napoli (10), Palermo (0,7). Mente l'Udinese che ha raggiunto una storica qualificazione ai preliminari di champions league, ha chiuso il bilanco d'esercizio in pareggio.
E' il costo del personale che incide maggiormente sui bilanci delle società. Nei casi estremi gli emolumenti dei tesserati pesano fino all'80% del totale dei ricavi.
Ciò che preoccupa però è l'impietoso confronto dei ricavi delle squadre più titolate, rispetto alle concorrenti europee - I ricavi di Inter, Milan e Juve si aggirano attorno ai 200-250 milioni, mentre le grandi squadre europee sono sui 400-500.
Questa situazione è chiaramente non sostenibile e giustifica in parte, l'attuale declassamento della serie A rispetto alle altre leghe europee - quarti adesso nel ranking uefa dietro a Inghilterra, Spagna e Germania e tallonati dal campionato francese e perfino da quello portoghese.
Il Catania ha davvero tracciato la strada. La ricetta è semplice, ma di difficile implementazione senza un radicale cambiamento dell'attuale governance della serie A.
1. Diversificazione ed aumento delle entrate - oggi in gran parte legate ai diritti TV;
2. Investimento nei settori giovanili e nelle infrastrutture sportive;
3. Contenimento dei costi mai superiori ai ricavi d'esercizio.
Complimenti al Catania per questo scudetto che forse non esalterà i propri tifosi, ma che è base fondamentale per costruire un futuro sostenibile in pianta stabile nella massima serie.
I campioni d'Italia del Milan, si sono rivelati secondi nell'ammontare delle passività (-84 milioni) dietro ai cugini dell'Inter (-224 milioni).
Se si guarda invece alla capacità di gestire entrate ed uscite, senza dubbio lo scudetto dei bilanci va al Calcio Catania che ha chiuso l'esercizio con un utile di 13,5 milioni di euro. Un record se si tiene conto che la società etnea può contare solo su 45 milioni di ricavi contro i 323 dell'Inter ed i 253 del Milan.
Insieme al Catania solo altre 4 società hanno chiuso in attivo il bilancio: Juventus (4,5), Lazio (1,6), Napoli (10), Palermo (0,7). Mente l'Udinese che ha raggiunto una storica qualificazione ai preliminari di champions league, ha chiuso il bilanco d'esercizio in pareggio.
E' il costo del personale che incide maggiormente sui bilanci delle società. Nei casi estremi gli emolumenti dei tesserati pesano fino all'80% del totale dei ricavi.
Ciò che preoccupa però è l'impietoso confronto dei ricavi delle squadre più titolate, rispetto alle concorrenti europee - I ricavi di Inter, Milan e Juve si aggirano attorno ai 200-250 milioni, mentre le grandi squadre europee sono sui 400-500.
Questa situazione è chiaramente non sostenibile e giustifica in parte, l'attuale declassamento della serie A rispetto alle altre leghe europee - quarti adesso nel ranking uefa dietro a Inghilterra, Spagna e Germania e tallonati dal campionato francese e perfino da quello portoghese.
Il Catania ha davvero tracciato la strada. La ricetta è semplice, ma di difficile implementazione senza un radicale cambiamento dell'attuale governance della serie A.
1. Diversificazione ed aumento delle entrate - oggi in gran parte legate ai diritti TV;
2. Investimento nei settori giovanili e nelle infrastrutture sportive;
3. Contenimento dei costi mai superiori ai ricavi d'esercizio.
Complimenti al Catania per questo scudetto che forse non esalterà i propri tifosi, ma che è base fondamentale per costruire un futuro sostenibile in pianta stabile nella massima serie.
venerdì 26 agosto 2011
Sciopero dei calciatori o dei presidenti?
Per la seconda volta nella storia della serie A, il campionato non partirà regolarmente. La causa: lo sciopero dei calciatori ...
Premesso che chi scrive, ritiene davvero che la stragrande maggioranza dei calciatori siano dei ragazzini viziati, in questo caso le cose non sono come appaiono. Usando i calciatori come specchietti per le allodole, pare esserci in atto, una lotta politica tra lega e federazione.
Facendo riferimento al possibile contributo di solidarietà indicato nella recente manovra finanziaria del governo; i politici non si sono lasciati sfuggire l'occasione per distogliere il biasimo popolare sulla loro casta, additando al pubblico ludibrio un'altra casta, quella dei calciatori.
In merito a quest'ultimo punto - Dura lex sed lex ! Se hai firmato un contratto in cui ti impegni a pagare una cifra netta, poco importa se ci sono nuove tasse o detrazioni. In realtà nel primo governo Berlusconi, l'aliquota IRPEF massima fu portata dal 43% al 39%, non mi pare che nessun presidente abbia riconosciuto il 4% di guadagno fiscale ai propri dipendenti che avevano concordato una retribuzione netta ...
Invece nei contratti stipulati con gli atleti, come accade a noi comuni mortali, in cui la retribuzione è indicata come "lorda", eventuali aumenti di tasse o detrazioni, hanno un immediato impatto sulla busta paga del dipendente.
Ad oggi pare che le grandi abbiano creato contratti in cui le retribuzioni sono indicate al netto; in questo caso la società agisce nei fatti come sostituto d'imposta.
La maggior parte delle piccole e medie società di serie A, hanno stipulato contratti in cui la retribuzione è indicata al lordo. In questo caso non mi pare che i calciatori abbiano posto delle obiezioni. Del resto in un modo o nell'altro, loro le tasse, come tutti i dipendenti, le hanno sempre pagate.
Traete voi adesso le vostre conclusioni. Prima di sparare sentenze e farvi manipolare, informatevi ... questo è uno sciopero ... si ma da parte dei presidenti non dei calciatori ...
Premesso che chi scrive, ritiene davvero che la stragrande maggioranza dei calciatori siano dei ragazzini viziati, in questo caso le cose non sono come appaiono. Usando i calciatori come specchietti per le allodole, pare esserci in atto, una lotta politica tra lega e federazione.
Facendo riferimento al possibile contributo di solidarietà indicato nella recente manovra finanziaria del governo; i politici non si sono lasciati sfuggire l'occasione per distogliere il biasimo popolare sulla loro casta, additando al pubblico ludibrio un'altra casta, quella dei calciatori.
In merito a quest'ultimo punto - Dura lex sed lex ! Se hai firmato un contratto in cui ti impegni a pagare una cifra netta, poco importa se ci sono nuove tasse o detrazioni. In realtà nel primo governo Berlusconi, l'aliquota IRPEF massima fu portata dal 43% al 39%, non mi pare che nessun presidente abbia riconosciuto il 4% di guadagno fiscale ai propri dipendenti che avevano concordato una retribuzione netta ...
Invece nei contratti stipulati con gli atleti, come accade a noi comuni mortali, in cui la retribuzione è indicata come "lorda", eventuali aumenti di tasse o detrazioni, hanno un immediato impatto sulla busta paga del dipendente.
Ad oggi pare che le grandi abbiano creato contratti in cui le retribuzioni sono indicate al netto; in questo caso la società agisce nei fatti come sostituto d'imposta.
La maggior parte delle piccole e medie società di serie A, hanno stipulato contratti in cui la retribuzione è indicata al lordo. In questo caso non mi pare che i calciatori abbiano posto delle obiezioni. Del resto in un modo o nell'altro, loro le tasse, come tutti i dipendenti, le hanno sempre pagate.
Traete voi adesso le vostre conclusioni. Prima di sparare sentenze e farvi manipolare, informatevi ... questo è uno sciopero ... si ma da parte dei presidenti non dei calciatori ...
lunedì 14 marzo 2011
Siamo tutti Giapponesi

Si capisce davvero il valore degli uomini e di interi popoli solo nei momenti in cui sono costretti ad affrontare indicibili sacrifici ed immani tragedie.
E' successo due generazioni fa agli italiani, quando hanno dovuto ricostruire un paese devastato dalla guerra e dagli scempi dovuti a 20 anni di dittatura fascista.
Dopo il terribile terremoto e lo tzunami che hanno colpito il paese del sol levante l'11 Marzo 2011, i giapponesi si trovano davanti ad un momento che forse è solo inferiore per drammaticità, a quello posteriore alla fine del secondo conflitto mondiale.
Con un rapporto debito/PIL superiore al 200% ed una crisi economica che va avanti da almeno due decenni, i nipponici hanno davanti difficoltà che metterebbero in ginocchio qualsiasi nazione, ma sono certo supereranno senza tentennamenti.
Quello che più mi ha colpito di questo popolo, è la dignità, l'orgoglio e la forza che credo non abbia pari sulla terra.
Dovremmo prendere esempio da questa gente e sentirci almeno per un giorno tutti giapponesi.
mercoledì 16 febbraio 2011
Enterprise 2.0 - Caso BT
Leggendo di storie sempre più negative nei giornali di dipendenti 'perdi tempo' che passano parte delle ore lavorative su siti di social media come Facebook, si potrebbe essere portati a pensare che essi siano un male da combattere a tutti i costi. Così molte aziende hanno ristretto il loro firewall, impedendo ai propri collaboratori di accedere a tali siti.
In BT, nel 2007 il management ha preso delle decisioni opposte, garantendo l'accesso ai siti di social media ed incominciando a creare all'interno della propria intranet, piattaforme collaborative che hanno avuto un notevole successo sia in termini di partecipazione che di valore creato per l'azienda.
Solo un anno prima il professor Andrew McAfee aveva indicato in un articolo su MIT Sloan Management Review "Enterprise 2.0: Tha Dawn of emerging Collaboration" il potenziale valore che i social media potevano creare nelle "enterprise". Quindi va dato atto della lungimiranza del management del colosso delle telecomunicazioni britannico.
In sintesi ecco la lezione appresa in BT:
- Concentrarsi sul valore che gli strumenti di social media possono offrire, piuttosto che sui rischi;
- Iniziare in "piccolo" con strumenti semplici ed economici e funzionalità limitate. Consentire agli utenti di dettare la direzione e la velocità di adozione;
- Coinvolgere i responsabili della governance e della sicurezza aziendale il più presto possibile;
- Essere realistici per intranet ed internet sono "bestie" diverse. Molto di ciò che rende i social media di successo sul web, non si può tradurre direttamente nel contesto aziendale;
- Le esigenze della forza lavoro di oggi, in particolare di coloro che ne faranno parte nei prossimi anni - la cosiddetta Generazione Y - sono diverse. Questi ultimi sono nati con queste tecnologie, è assolutamente naturale collaborare ed interagire usando questi strumenti.
Quindi, riallacciandomi all'ultimo punto, se davvero le risorse determinano il successo dell'azienda e se si vuole attrarre i nuovi talenti nelle proprie imprese, oggi non esiste nessuna alternativa che implementare in modo opportuno, gli strumenti di social media, all'interno delle proprie realtà aziendali.
In BT, nel 2007 il management ha preso delle decisioni opposte, garantendo l'accesso ai siti di social media ed incominciando a creare all'interno della propria intranet, piattaforme collaborative che hanno avuto un notevole successo sia in termini di partecipazione che di valore creato per l'azienda.
Solo un anno prima il professor Andrew McAfee aveva indicato in un articolo su MIT Sloan Management Review "Enterprise 2.0: Tha Dawn of emerging Collaboration" il potenziale valore che i social media potevano creare nelle "enterprise". Quindi va dato atto della lungimiranza del management del colosso delle telecomunicazioni britannico.
In sintesi ecco la lezione appresa in BT:
- Concentrarsi sul valore che gli strumenti di social media possono offrire, piuttosto che sui rischi;
- Iniziare in "piccolo" con strumenti semplici ed economici e funzionalità limitate. Consentire agli utenti di dettare la direzione e la velocità di adozione;
- Coinvolgere i responsabili della governance e della sicurezza aziendale il più presto possibile;
- Essere realistici per intranet ed internet sono "bestie" diverse. Molto di ciò che rende i social media di successo sul web, non si può tradurre direttamente nel contesto aziendale;
- Le esigenze della forza lavoro di oggi, in particolare di coloro che ne faranno parte nei prossimi anni - la cosiddetta Generazione Y - sono diverse. Questi ultimi sono nati con queste tecnologie, è assolutamente naturale collaborare ed interagire usando questi strumenti.
Quindi, riallacciandomi all'ultimo punto, se davvero le risorse determinano il successo dell'azienda e se si vuole attrarre i nuovi talenti nelle proprie imprese, oggi non esiste nessuna alternativa che implementare in modo opportuno, gli strumenti di social media, all'interno delle proprie realtà aziendali.
venerdì 15 ottobre 2010
La (dis)informazione sulla crisi economica
Da una ricerca del sito LaVoce.info emerge in modo evidente, come i media ed in particolare la televisione, sistematicamente forniscano ai cittadini informazioni errate sulle reali dimensioni della crisi economica.
Secondo lavoce.info la crisi poteva dare ai cittadini, una grande occasione per migliorare le conoscenze economiche:
"I media avrebbero dovuto aiutare il pubblico a leggere correttamente le statistiche disponibili. In presenza di forti discontinuità, come in una crisi di questa portata, è sempre essenziale mettere in relazione ogni dato economico con la situazione precedente la crisi. Solo noi, con pochissimi altri, l’abbiamo fatto. Alcune testate televisive, come da noi documentato, hanno invece scelto la strada della disinformazione"
Ad esempio il TG1 del 10 Maggio 2010 ha presentato un rimbalzino dello 0,1% della produzione industriale come una sorta di nuovo miracolo economico, peccato si venisse da un crollo del 30 per cento.
Andamento produzione industriale in Italia Marzo 2008-Marzo 2010 (fonte ISTAT lavoce.info)
Purtroppo il mezzo di informazione di gran lunga più utilizzato per ottenere informazioni economiche è la televisione. Così il 30 per cento degli intervistati nello studio effettuato, ritiene addirittura che l’Italia sia cresciuta e che il 2009 sia stato un anno positivo per la nostra economia. Per un altro 50 per cento (tra chi risponde) il PIL è calato meno del 2 per cento.
Ma non era la crisi un effetto del pessimismo degli italiani e dei catastrofisti?
Per aiutare gli allergici ai numeri faccio un esempio semplice:
Supponiamo sia stato 100 il valore dei servizi e prodotti creati in Italia (PIL) nel 2008, un calo del 30% nel 2009 avrebbe ridotto il PIL a 70. Se nel 2010 l'economia crescesse del 30% il valore finale non sarebbe 100 ma 91.
Con gli attuali trend di crescita, intorno all'1% (*) riusciremo a creare la stessa ricchezza prodotta nel 2007 tra 8-10 anni!
Peccato che i costi nel frattempo non diminuiranno che tradotto significa che gli italiani devono rendersi conto (e non ci vuole tanto) di essere più poveri, ridimensionando il loro tenore di vita. Un male assoluto? FORSE un male necessario per recuperare un minimo di equilibrio e sobrietà, ma CERTAMENTE un fatto!
Tornando al tema dell'informazione economica, per una volta si potrebbe affermare ironicamente "benedetta" ignoranza ...
Come emerge dal rapporto dello studio effettuato, chi si è informato attraverso i telegiornali ed i programmi di approfondimento in televisione, intervistato su temi come Prodotto Interno Lordo, disoccupazione e crescita economica, ha fornito risposte con deviazioni standard maggiori (margine di errore) rispetto a chi non si era documentato usando quel tipo di media.
Internet risulta invece lo strumento più affidabile e corretto d'informazione. Così come confermato dal rapporto in oggetto, le persone che hanno approfondito la loro conoscenza sulla crisi economica, utilizzando siti e blog on line, hanno mostrato una migliore conoscenza dei dati macroeconomici sull'attuale crisi economica.
Non stupisce quindi l'accanimento di molti componenti della classe politica italiana nei confronti della rete. L’informazione economica è vitale in una democrazia e mai come oggi la conoscenza è potere.
(*) I divari di crescita tra i maggiori paesi dell'area dell'euro tendono ad ampliarsi. In particolare rispetto alla Germania. Nel complesso dell'area il Pil è cresciuto dell'1 per cento nel secondo trimestre rispetto al primo (contro lo 0,2 del periodo precedente). In Germania l'incremento del Pil è stato molto più deciso (2,2 per cento nel secondo trimestre); dal punto di minimo ciclico l'economia tedesca è finora complessivamente cresciuta del 4,2 per cento, circa tre punti più della media degli altri paesi dell'area; in Francia e in Italia il recupero è stato solo dell'1,9 e dell'1,3 per cento, rispettivamente (fonte bankitalia).
Secondo lavoce.info la crisi poteva dare ai cittadini, una grande occasione per migliorare le conoscenze economiche:
"I media avrebbero dovuto aiutare il pubblico a leggere correttamente le statistiche disponibili. In presenza di forti discontinuità, come in una crisi di questa portata, è sempre essenziale mettere in relazione ogni dato economico con la situazione precedente la crisi. Solo noi, con pochissimi altri, l’abbiamo fatto. Alcune testate televisive, come da noi documentato, hanno invece scelto la strada della disinformazione"
Ad esempio il TG1 del 10 Maggio 2010 ha presentato un rimbalzino dello 0,1% della produzione industriale come una sorta di nuovo miracolo economico, peccato si venisse da un crollo del 30 per cento.
Andamento produzione industriale in Italia Marzo 2008-Marzo 2010 (fonte ISTAT lavoce.info)Purtroppo il mezzo di informazione di gran lunga più utilizzato per ottenere informazioni economiche è la televisione. Così il 30 per cento degli intervistati nello studio effettuato, ritiene addirittura che l’Italia sia cresciuta e che il 2009 sia stato un anno positivo per la nostra economia. Per un altro 50 per cento (tra chi risponde) il PIL è calato meno del 2 per cento.
Ma non era la crisi un effetto del pessimismo degli italiani e dei catastrofisti?
Per aiutare gli allergici ai numeri faccio un esempio semplice:
Supponiamo sia stato 100 il valore dei servizi e prodotti creati in Italia (PIL) nel 2008, un calo del 30% nel 2009 avrebbe ridotto il PIL a 70. Se nel 2010 l'economia crescesse del 30% il valore finale non sarebbe 100 ma 91.
Con gli attuali trend di crescita, intorno all'1% (*) riusciremo a creare la stessa ricchezza prodotta nel 2007 tra 8-10 anni!
Peccato che i costi nel frattempo non diminuiranno che tradotto significa che gli italiani devono rendersi conto (e non ci vuole tanto) di essere più poveri, ridimensionando il loro tenore di vita. Un male assoluto? FORSE un male necessario per recuperare un minimo di equilibrio e sobrietà, ma CERTAMENTE un fatto!
Tornando al tema dell'informazione economica, per una volta si potrebbe affermare ironicamente "benedetta" ignoranza ...
Come emerge dal rapporto dello studio effettuato, chi si è informato attraverso i telegiornali ed i programmi di approfondimento in televisione, intervistato su temi come Prodotto Interno Lordo, disoccupazione e crescita economica, ha fornito risposte con deviazioni standard maggiori (margine di errore) rispetto a chi non si era documentato usando quel tipo di media.
Internet risulta invece lo strumento più affidabile e corretto d'informazione. Così come confermato dal rapporto in oggetto, le persone che hanno approfondito la loro conoscenza sulla crisi economica, utilizzando siti e blog on line, hanno mostrato una migliore conoscenza dei dati macroeconomici sull'attuale crisi economica.
Non stupisce quindi l'accanimento di molti componenti della classe politica italiana nei confronti della rete. L’informazione economica è vitale in una democrazia e mai come oggi la conoscenza è potere.
(*) I divari di crescita tra i maggiori paesi dell'area dell'euro tendono ad ampliarsi. In particolare rispetto alla Germania. Nel complesso dell'area il Pil è cresciuto dell'1 per cento nel secondo trimestre rispetto al primo (contro lo 0,2 del periodo precedente). In Germania l'incremento del Pil è stato molto più deciso (2,2 per cento nel secondo trimestre); dal punto di minimo ciclico l'economia tedesca è finora complessivamente cresciuta del 4,2 per cento, circa tre punti più della media degli altri paesi dell'area; in Francia e in Italia il recupero è stato solo dell'1,9 e dell'1,3 per cento, rispettivamente (fonte bankitalia).
lunedì 4 ottobre 2010
Thanet offshore wind farm: il più grande parco eolico del mondo
Quando parlo di sostenibilità ed energie rinnovabili, qualcuno mi guarda con sospetto, forse ritenendomi un inguaribile sognatore. Se non vogliamo tornare al medioevo, l'umanità dovrà trovare entro i prossimi 30 anni un'alternativa efficiente e sostenibile ai combustibili fossili.
Mission Impossible? Assolutamente "possible"!
Non credo personalmente al nucleare come risposta. Le tecniche basate sulla fissione dell'atomo, considerate le attuali scorte disponibili di Uranio(*), non potranno fornire l'autonomia energetica ed il raggiungimento delle condizioni di sostenibilità auspicate. Se guardiamo poi i costi legati allo smaltimento delle scorie radioattive, la presunta efficienza di produzione delle centrali di nuova generazione viene decisamente meno.
Così mentre in Italia si discute in gran segreto delle location in cui dovrebbero essere realizzate le nuove centrali nucleari (pare proprio che nessuno sia felice di avere una centrale nucleare dietro casa, neanche i più ferventi sostenitori della fissione dell'atomo), in Germania è stato deciso di non investire più su tale tipo di tecnologia .
Paesi produttori di petrolio come Gran Bretagna e Danimarca stanno investendo su energie alternative.
Il premier danese Rasmussen ha annunciato in questi giorni che la Danimarca sarà del tutto indipendente dai combustibili fossili entro il 2050. Non sarà semplice ma questo obiettivo ambizioso potrà essere realizzato con l'uso combinato dell'energia ricavata dalle biomasse ed il contributo di altre fonti rinnovabili come il solare, l'eolico ed il geotermico.
In Gran Bretagna è stato inaugurato a Settembre il più grande parco eolico del mondo. Costruito dal gruppo svedese Vattenfall nel Mar del Nord al largo delle coste del Kent, nel sud-est dell'Inghilterra, prevede al momento in funzione 100 turbine ma tra 4 anni, quando l'impianto sarà a regime, ne conterà 341 che saranno in grado di produrre 300 Mega Watt, energia sufficiente ad alimentare più di 20000 abitazioni.
Secondo le statistiche della RenewableUK, la capacità totale degli impianti eolici off-shore del Regno Unito ha raggiunto i 1.341 MW, superando i 1.100 MW raggiunti dagli impianti di tutto il resto del mondo.
Nel Regno Unito ci sono circa 250 impianti eolici, tra cui una dozzina off-shore ed in aggiunta nuovi impianti verranno creati entro il 2020, portando così la potenza prodotta a 25 Gigawatt.
Non bisogna essere degli inguaribili ecologisti né dei sognatori per capire come lo sviluppo e l'uso delle energie rinnovabili, rappresenti un' opportunità imperdibile per la ripresa e la crescita economica e soprattutto la migliore garanzia di un futuro sostenibile per i nostri figli e le generazioni che verranno.
Thanet offshore wind farm - Il più grande parco eolico del mondo
(*) sul tema delle scorte di Uranio c'é una disputa aperta tra i pro ed i contro: le stime (piu' pessimistiche) parlano di disponibilita' di uranio per altri 50-60 anni. In realta' la stima si riferisce al prezzo attuale di estrazione. Se le tecniche estrattive miglioreranno, o semplicemente il mercato dell'energia portera' ad essere molto competitivo l'uranio, si iniziera' ad estrarre da miniere a costi più economici, portando cosi' la stima oltre 200 anni (o comunque, molto piu' di 50-60 anni).
Mission Impossible? Assolutamente "possible"!
Non credo personalmente al nucleare come risposta. Le tecniche basate sulla fissione dell'atomo, considerate le attuali scorte disponibili di Uranio(*), non potranno fornire l'autonomia energetica ed il raggiungimento delle condizioni di sostenibilità auspicate. Se guardiamo poi i costi legati allo smaltimento delle scorie radioattive, la presunta efficienza di produzione delle centrali di nuova generazione viene decisamente meno.
Così mentre in Italia si discute in gran segreto delle location in cui dovrebbero essere realizzate le nuove centrali nucleari (pare proprio che nessuno sia felice di avere una centrale nucleare dietro casa, neanche i più ferventi sostenitori della fissione dell'atomo), in Germania è stato deciso di non investire più su tale tipo di tecnologia .
Paesi produttori di petrolio come Gran Bretagna e Danimarca stanno investendo su energie alternative.
Il premier danese Rasmussen ha annunciato in questi giorni che la Danimarca sarà del tutto indipendente dai combustibili fossili entro il 2050. Non sarà semplice ma questo obiettivo ambizioso potrà essere realizzato con l'uso combinato dell'energia ricavata dalle biomasse ed il contributo di altre fonti rinnovabili come il solare, l'eolico ed il geotermico.
In Gran Bretagna è stato inaugurato a Settembre il più grande parco eolico del mondo. Costruito dal gruppo svedese Vattenfall nel Mar del Nord al largo delle coste del Kent, nel sud-est dell'Inghilterra, prevede al momento in funzione 100 turbine ma tra 4 anni, quando l'impianto sarà a regime, ne conterà 341 che saranno in grado di produrre 300 Mega Watt, energia sufficiente ad alimentare più di 20000 abitazioni.
Secondo le statistiche della RenewableUK, la capacità totale degli impianti eolici off-shore del Regno Unito ha raggiunto i 1.341 MW, superando i 1.100 MW raggiunti dagli impianti di tutto il resto del mondo.
Nel Regno Unito ci sono circa 250 impianti eolici, tra cui una dozzina off-shore ed in aggiunta nuovi impianti verranno creati entro il 2020, portando così la potenza prodotta a 25 Gigawatt.
Non bisogna essere degli inguaribili ecologisti né dei sognatori per capire come lo sviluppo e l'uso delle energie rinnovabili, rappresenti un' opportunità imperdibile per la ripresa e la crescita economica e soprattutto la migliore garanzia di un futuro sostenibile per i nostri figli e le generazioni che verranno.
Thanet offshore wind farm - Il più grande parco eolico del mondo(*) sul tema delle scorte di Uranio c'é una disputa aperta tra i pro ed i contro: le stime (piu' pessimistiche) parlano di disponibilita' di uranio per altri 50-60 anni. In realta' la stima si riferisce al prezzo attuale di estrazione. Se le tecniche estrattive miglioreranno, o semplicemente il mercato dell'energia portera' ad essere molto competitivo l'uranio, si iniziera' ad estrarre da miniere a costi più economici, portando cosi' la stima oltre 200 anni (o comunque, molto piu' di 50-60 anni).
lunedì 27 settembre 2010
La casa del Calcio Catania per far crescere un'intera città
Il calcio non è solo un gioco, se ne facciano una ragione i romantici del pallone. Il mondo del calcio genera ricavi tutt'altro che marginali per il PIL italiano e non solo.
Secondo gli ultimi dati Deloitte (2010), il Manchester United registra ricavi per 400 milioni di euro e quelli combinati delle venti squadre top d’Europa ammontano complessivamente a più di 4 miliardi di euro.
I principali quattro club italiani (Juventus, Milan, Inter e Roma) hanno registrato rispettivamente ricavi per 203, 196, 196 e 146 milioni di euro.
In Italia il 70% dei ricavi proviene direttamente dai diritti TV ed il restante 30% è prodotto da introiti da stadio e merchandising. Negli altri grandi campionati europei la composizione dei ricavi è invece più bilanciata.
Davanti a questi colossi, una piccola società come il Calcio Catania, non ha molte possibilità di sopravvivere a meno di ricoprire un ruolo di pura comparsa.
Ma nelle aziende di successo, oltre al prodotto, la differenza la fa la qualità del management e la sostenibilità della strategia che ne sostiene le proprie decisioni.
Il Calcio Catania s.p.a. ha deciso innanzi tutto di ridurre i costi operativi che nel calcio italiano sono in grandissima parte legati alla voce emolumenti. Seguendo l'esempio delle società professionistiche americane, da tempo il Catania applica una politica di salary cap mentre per il mercato, l'amministratore delegato Pietro Lo Monaco, profondo conoscitore del calcio argentino, ha puntato da sempre su talenti sudamericani e su giovani provenienti dalle serie inferiori e/o cresciuti nel vivaio della società etnea.
Quest'ultima voce è comparabile a quella che in un'azienda si chiama innovazione. Ma l'innovazione non si improvvisa, si realizza solo se si attua una governance appropriata investendo su infrastrutture, ricerca e sviluppo, processi, organizzazioni e risorse umane adeguate.
La costruzione del centro sportivo che verrà completato a Dicembre, è la risposta implementativa a questa strategia. La nuova casa del Calcio Catania, ha dichiarato recentemente non a torto Pietro Lo Monaco, è come una vittoria in Champions League per una società come il Catania.
Si contano sulla punte delle dita di una mano, le società che hanno realizzato strutture similari in Italia. Una piccola squadra come il Novara ha attuato una strategia similare e nonostante il limitato bacino d'utenza, sta costruendo i successi degli ultimi anni grazie ad una gestione oculata ed al centro sportivo novarello inaugurato nel Settembre 2007.
Secondo il presidente del Catania Nino Pulvirenti, nel centro sportivo che sta sorgendo a Torre del Grifo nel comune di Mascalucia, lavoreranno a regime circa 200 persone, di cui un centinaio almeno da assumere nei prossimi anni.
Non si riesce a cogliere l'importanza di queste cifre, se non si tiene conto del contesto economico in cui questo impianto sta nascendo. E' notizia di questi giorni che 40000 persone si sono candidate per uno dei 240 posti di lavoro del nuovo negozio Ikea che verrà aperto nei prossimi mesi a Catania, città in cui la disoccupazione giovanile supera il 40%.
Ma i progetti della società di Nino Pulvirenti non si limitano "solo" alla permanenza nella massima serie, nè alla costruzione del centro sportivo. Seguendo l'esempio della Juventus in Italia e di società come l'Arsenal in Inghilterra, consegnato il centro sportivo, inizieranno i lavori per la costruzione di un nuovo centro polifunzionale che includerà il nuovo stadio. Questo permetterà di aumentare i ricavi, variandone la distribuzione e diminuendo la dipendenza dai diritti TV.
Il calcio Catania non gioca solamente la domenica per il diletto di noi inguaribili tifosi, ma sta costruendo un futuro da cui un'intera comunità potrebbe trovare fonte d'ispirazione per tornare ad essere quella città che orgogliosamente veniva definita 30 anni fa la Milano del sud.
Secondo gli ultimi dati Deloitte (2010), il Manchester United registra ricavi per 400 milioni di euro e quelli combinati delle venti squadre top d’Europa ammontano complessivamente a più di 4 miliardi di euro.
I principali quattro club italiani (Juventus, Milan, Inter e Roma) hanno registrato rispettivamente ricavi per 203, 196, 196 e 146 milioni di euro.
In Italia il 70% dei ricavi proviene direttamente dai diritti TV ed il restante 30% è prodotto da introiti da stadio e merchandising. Negli altri grandi campionati europei la composizione dei ricavi è invece più bilanciata.
Davanti a questi colossi, una piccola società come il Calcio Catania, non ha molte possibilità di sopravvivere a meno di ricoprire un ruolo di pura comparsa.
Ma nelle aziende di successo, oltre al prodotto, la differenza la fa la qualità del management e la sostenibilità della strategia che ne sostiene le proprie decisioni.
Il Calcio Catania s.p.a. ha deciso innanzi tutto di ridurre i costi operativi che nel calcio italiano sono in grandissima parte legati alla voce emolumenti. Seguendo l'esempio delle società professionistiche americane, da tempo il Catania applica una politica di salary cap mentre per il mercato, l'amministratore delegato Pietro Lo Monaco, profondo conoscitore del calcio argentino, ha puntato da sempre su talenti sudamericani e su giovani provenienti dalle serie inferiori e/o cresciuti nel vivaio della società etnea.
Quest'ultima voce è comparabile a quella che in un'azienda si chiama innovazione. Ma l'innovazione non si improvvisa, si realizza solo se si attua una governance appropriata investendo su infrastrutture, ricerca e sviluppo, processi, organizzazioni e risorse umane adeguate.
La costruzione del centro sportivo che verrà completato a Dicembre, è la risposta implementativa a questa strategia. La nuova casa del Calcio Catania, ha dichiarato recentemente non a torto Pietro Lo Monaco, è come una vittoria in Champions League per una società come il Catania.
Si contano sulla punte delle dita di una mano, le società che hanno realizzato strutture similari in Italia. Una piccola squadra come il Novara ha attuato una strategia similare e nonostante il limitato bacino d'utenza, sta costruendo i successi degli ultimi anni grazie ad una gestione oculata ed al centro sportivo novarello inaugurato nel Settembre 2007.
Secondo il presidente del Catania Nino Pulvirenti, nel centro sportivo che sta sorgendo a Torre del Grifo nel comune di Mascalucia, lavoreranno a regime circa 200 persone, di cui un centinaio almeno da assumere nei prossimi anni.
Non si riesce a cogliere l'importanza di queste cifre, se non si tiene conto del contesto economico in cui questo impianto sta nascendo. E' notizia di questi giorni che 40000 persone si sono candidate per uno dei 240 posti di lavoro del nuovo negozio Ikea che verrà aperto nei prossimi mesi a Catania, città in cui la disoccupazione giovanile supera il 40%.
Ma i progetti della società di Nino Pulvirenti non si limitano "solo" alla permanenza nella massima serie, nè alla costruzione del centro sportivo. Seguendo l'esempio della Juventus in Italia e di società come l'Arsenal in Inghilterra, consegnato il centro sportivo, inizieranno i lavori per la costruzione di un nuovo centro polifunzionale che includerà il nuovo stadio. Questo permetterà di aumentare i ricavi, variandone la distribuzione e diminuendo la dipendenza dai diritti TV.
Il calcio Catania non gioca solamente la domenica per il diletto di noi inguaribili tifosi, ma sta costruendo un futuro da cui un'intera comunità potrebbe trovare fonte d'ispirazione per tornare ad essere quella città che orgogliosamente veniva definita 30 anni fa la Milano del sud.
mercoledì 14 luglio 2010
Indovina chi viene a cena stasera ...
Che Bruno Vespa fosse l'antitesi del giornalista obiettivo che fonda la sua etica sulla semplice esposizione dei fatti, era apparso palese anche ai più grandi fun di Emilio Fede.
La presenza di Cesare Geronzi, Mario Draghi ed il cardinale Bertone alla cena organizzata a casa del "giornalista" con Berlusconi e Casini, non è sembrata ai più né casuale né improvvisata. E' evidente infatti che quello di Vespa (o di chi per lui), non sia stato solo il semplice tentativo di includere il camaleontico partito di Casini tra le forze politiche che sostengono l'attuale maggioranza di governo, ma un chiaro messaggio al premier: è necessario porre rimedio ai potenziali disastri che il perdurare della crisi economica, potrebbe causare al nostro paese.
Secondo un articolo pubblicato sul Fatto, il debito pubblico è cresciuto, al netto della cassa, di 13 miliardi fra Aprile e Maggio di quest’anno, raggiungendo la cifra record di 1.827 miliardi. Facendo le debite proiezioni questo vuol dire che, anche supponendo che la manovra appena varata sia pienamente efficace e che il Pil italiano cresca nei prossimi tre anni dell’1,3 per cento, per mantenere gli impegni presi in Europa serve un’altra manovra da 25 miliardi di cui 16 nel biennio 2011/2012.
Altro che politica estera del “cucù” ... presidente, con tutto il rispetto, faccia un favore a lei e a tutti gli italiani ... se ne vada in una delle sue innumerevoli e meravigliose ville sparse in giro per il mondo e si occupi, finalmente a tempo pieno, dell'unica cosa che pare starle davvero a cuore cioé, scusi il termine "u pilu" di albanesiana memoria ...
Finché questo governo del dire e non del fare, pieno di corrotti ed incapaci non cadrà, non avremo alcuna possibilità di affidare la gestione della peggiore crisi finanziaria che si ricordi dalla fine del secondo conflitto mondiale, a persone serie, oneste e competenti.
La presenza di Cesare Geronzi, Mario Draghi ed il cardinale Bertone alla cena organizzata a casa del "giornalista" con Berlusconi e Casini, non è sembrata ai più né casuale né improvvisata. E' evidente infatti che quello di Vespa (o di chi per lui), non sia stato solo il semplice tentativo di includere il camaleontico partito di Casini tra le forze politiche che sostengono l'attuale maggioranza di governo, ma un chiaro messaggio al premier: è necessario porre rimedio ai potenziali disastri che il perdurare della crisi economica, potrebbe causare al nostro paese.
Secondo un articolo pubblicato sul Fatto, il debito pubblico è cresciuto, al netto della cassa, di 13 miliardi fra Aprile e Maggio di quest’anno, raggiungendo la cifra record di 1.827 miliardi. Facendo le debite proiezioni questo vuol dire che, anche supponendo che la manovra appena varata sia pienamente efficace e che il Pil italiano cresca nei prossimi tre anni dell’1,3 per cento, per mantenere gli impegni presi in Europa serve un’altra manovra da 25 miliardi di cui 16 nel biennio 2011/2012.
Altro che politica estera del “cucù” ... presidente, con tutto il rispetto, faccia un favore a lei e a tutti gli italiani ... se ne vada in una delle sue innumerevoli e meravigliose ville sparse in giro per il mondo e si occupi, finalmente a tempo pieno, dell'unica cosa che pare starle davvero a cuore cioé, scusi il termine "u pilu" di albanesiana memoria ...
Finché questo governo del dire e non del fare, pieno di corrotti ed incapaci non cadrà, non avremo alcuna possibilità di affidare la gestione della peggiore crisi finanziaria che si ricordi dalla fine del secondo conflitto mondiale, a persone serie, oneste e competenti.
lunedì 8 febbraio 2010
Good news da palazzo Chigi ...
Il Ministro Alfano ha dichiarato che il premier Berlusconi vuole assolutamente farsi giudicare dai tribunali che lo stanno processando. Purtroppo il premier dovrebbe sottrarre tempo al governo per prepararsi ai dibattimenti, quindi la necessità di dotarlo di una speciale indennità.
Soluzioni simili erano state pensate per Carlos Menem in Argentina e Augusto Pinochet in Cile. Paesi con grandi tradizioni democratiche ...
Ci era sfuggito questo intento, visti tutti i provvedimenti approvati (rogatorie, processi brevi ecc.) da un parlamento paralizzato dall'agenda personale del premier che avevano lo scopo o di far cadere in prescrizione i processi in oggetto, o "disinnescare" in maniera retroattiva i reati addebitati, depenalizzandoli "casualmente".
Come italiano convinto di vivere in un paese civile, mi sento risollevato.
Mi aspetto in giornata anche la conferma della riduzione delle tasse, come paventato dal presidente del consiglio, nonostante gli indicatori di finanza pubblica: tendenziali ed obiettivi, forniti dallo stesso governo(*), registrino un aumento della pressione fiscale rispetto perfino al vituperato Romano Prodi e non in ultimo, la smentita che Babbo Natale non esiste ...

(*) la Relazione previsionale e programmatica che ha accompagnato la Legge finanziaria ha evidenziato come la pressione fiscale nel 2008 (anno a metà tra Prodi e Berlusconi) fosse pari al 42,8% del Pil italiano. Nel 2009, sotto il governo Berlusconi essa è aumentata, passando al 43%. Un dato che nell’ultimo documento ufficiale, la nota di aggiornamento 2010-2012 presentata pochi giorni fa, viene lievemente corretto al 42,9%, comunque superiore al 2008. Quindi, il governo Berlusconi, cifre di Tremonti alla mano, ha aumentato – seppur lievemente – e non diminuito la pressione fiscale.
Soluzioni simili erano state pensate per Carlos Menem in Argentina e Augusto Pinochet in Cile. Paesi con grandi tradizioni democratiche ...
Ci era sfuggito questo intento, visti tutti i provvedimenti approvati (rogatorie, processi brevi ecc.) da un parlamento paralizzato dall'agenda personale del premier che avevano lo scopo o di far cadere in prescrizione i processi in oggetto, o "disinnescare" in maniera retroattiva i reati addebitati, depenalizzandoli "casualmente".
Come italiano convinto di vivere in un paese civile, mi sento risollevato.
Mi aspetto in giornata anche la conferma della riduzione delle tasse, come paventato dal presidente del consiglio, nonostante gli indicatori di finanza pubblica: tendenziali ed obiettivi, forniti dallo stesso governo(*), registrino un aumento della pressione fiscale rispetto perfino al vituperato Romano Prodi e non in ultimo, la smentita che Babbo Natale non esiste ...

(*) la Relazione previsionale e programmatica che ha accompagnato la Legge finanziaria ha evidenziato come la pressione fiscale nel 2008 (anno a metà tra Prodi e Berlusconi) fosse pari al 42,8% del Pil italiano. Nel 2009, sotto il governo Berlusconi essa è aumentata, passando al 43%. Un dato che nell’ultimo documento ufficiale, la nota di aggiornamento 2010-2012 presentata pochi giorni fa, viene lievemente corretto al 42,9%, comunque superiore al 2008. Quindi, il governo Berlusconi, cifre di Tremonti alla mano, ha aumentato – seppur lievemente – e non diminuito la pressione fiscale.
mercoledì 3 febbraio 2010
La lezione del default argentino
Una combinazione tra errata politica monetaria, corruzione della classe politica, svendita delle aziende di stato e non gestione del debito pubblico, ha portato qualche anno fa, uno paese ricco e prospero come l'Argentina, al default.
Come non trovare delle similitudini tra l'attuale stato di sofferenza dell'economia italiana e quello del paese sudamericano?
D'accordo, ammetto si tratti di una forzatura, ma non notare aspetti comuni sarebbe una negazione della realtà.
La classe politica italiana, ha livelli di corruzione inauditi in un paese occidentale. Ci sono più pregiudicati in parlamento che in un bar di periferia aperto di notte.
Lo spreco delle risorse pubbliche ha raggiunto livelli di indecenza. La regione Sicilia, come ha denunciato una recente inchiesta del quotidiano francese Le Figarò, si è permessa di aumentare del 38% lo stipendio "dell'esercito" dei suoi dipendenti che guadagnano mediamente quasi 43 mila euro l'anno ...
Non ci vuole una laurea in economia ad Harvard per capire che l'unico modo per evitare di fare la stessa fine dell'Argentina sia ridurre l'ammontare del debito pubblico, tagliando tutti gli sprechi della pubblica amministrazione, controllare le aziende strategiche come quelle legate all'energia, trasporti, acqua e telecomunicazioni e ridare dignità alle istituzioni occupate da mediocri e persone che dovrebbero stare nelle patrie galere.
Credo valga la pena cercare di comprendere meglio il caso argentino, per imparare la lezione subita da quel popolo ed evitare che questo avvenga anche nel nostro paese.
Come non trovare delle similitudini tra l'attuale stato di sofferenza dell'economia italiana e quello del paese sudamericano?
D'accordo, ammetto si tratti di una forzatura, ma non notare aspetti comuni sarebbe una negazione della realtà.
La classe politica italiana, ha livelli di corruzione inauditi in un paese occidentale. Ci sono più pregiudicati in parlamento che in un bar di periferia aperto di notte.
Lo spreco delle risorse pubbliche ha raggiunto livelli di indecenza. La regione Sicilia, come ha denunciato una recente inchiesta del quotidiano francese Le Figarò, si è permessa di aumentare del 38% lo stipendio "dell'esercito" dei suoi dipendenti che guadagnano mediamente quasi 43 mila euro l'anno ...
Non ci vuole una laurea in economia ad Harvard per capire che l'unico modo per evitare di fare la stessa fine dell'Argentina sia ridurre l'ammontare del debito pubblico, tagliando tutti gli sprechi della pubblica amministrazione, controllare le aziende strategiche come quelle legate all'energia, trasporti, acqua e telecomunicazioni e ridare dignità alle istituzioni occupate da mediocri e persone che dovrebbero stare nelle patrie galere.
Credo valga la pena cercare di comprendere meglio il caso argentino, per imparare la lezione subita da quel popolo ed evitare che questo avvenga anche nel nostro paese.
martedì 10 novembre 2009
La larga banda oggi come l'energia elettrica 100 anni fa.
Sul finire del XIX secolo fu costruita a Milano la prima centrale termoelettrica a carbone. In seguito lo sviluppo della rete di trasmissione nazionale, permise lo sfruttamento del grande bacino idroelettrico costituito dalle Alpi. Grazie all'energia idroelettrica iniziò lo sviluppo industriale italiano.
Non è azzardato paragonare l'importanza che ebbe 100 anni fa, per lo sviluppo del paese, la realizzazione di una rete di distribuzione nazionale dell'energia elettrica, con quella che ricoprirà nei prossimi decenni la diffusione della rete di trasmissione dati a banda larga(*).
Esiste una chiara correlazione tra competitività di un paese e la diffusione di reti di trasmissione dati a banda larga. Non è un caso infatti che un paese da anni ai vertici delle classifiche stilate dal World Economic Forum, come la Finlandia, abbia sancito come "diritto" l'accesso ad una broadband per i propri cittadini.
Il nostro paese, per la sua morfologia, potrebbe più di altri cogliere le opportunità offerte dalla larga banda, contribuendo così a colmare il divario di sviluppo tra nord e sud.
La diffusione capillare di una rete a banda larga, crea nuovi paradigmi e modelli di business che rendono virtualmente ininfluente la location dei fornitori di servizi e prodotti con quella dei propri clienti finali.
Le analisi di Confindustria ci aiutano a comprendere le prospettive dal punto di vista economico: si stima che per ogni euro investito nel settore ICT si sviluppa 1,45 euro di Pil !
Purtroppo l’Italia presenta tassi di diffusione e crescita della banda larga tra i più bassi in Europa.
Meno del 20% degli italiani (10,6 milioni) accede regolarmente ai servizi offerti dalla banda larga e 14 milioni di famiglie non dispongono di una connessione a banda larga e, di queste, oltre 11 milioni non possiede un PC.
La rete italiana in doppino in rame è stata completata intorno agli anni '60 e, dunque, nel migliore dei casi presenta un'obsolescenza di quarant'anni. Non stupisce quindi che le famiglie italiane citino tra i maggiori ostacoli all’adozione dei servizi broadband, l’assenza di copertura.
Non è possibile più attendere. L'importanza dello sviluppo di infrastrutture come strade, ferrovie ed aeroporti è assolutamente comparabile a quella delle tecnologie di trasmissione dati. Per la competitività di una piccola o media azienda siciliana, è più determinante oggi l'accesso ad un rete ADSL che ad un ponte sullo stretto.
Spero che il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, possa rivedere la sua intenzione di posticipare gli investimenti previsti (800 milioni di euro).
Sarebbe abnorme questa volta, il costo della miopia dei nostri legislatori e tra qualche anno i nostri figli e nipoti, potrebbero chiedercene conto.
Cosa avreste detto voi ai vostri nonni e padri, se oggi in Italia i propri cittadini fossero costretti a vivere in un paese senza una efficiente e capillare rete di distribuzione dell'energia elettrica?

(*) La raccomandazione I.113 (06/97) del Telecommunication Standardization Sector dell'ITU (ITU-T) ha definito la banda larga come una capacità trasmissiva maggiore del primary rate ISDN, cioè 1.5 (negli USA) o 2 Mbit/s in Europa.
Non è azzardato paragonare l'importanza che ebbe 100 anni fa, per lo sviluppo del paese, la realizzazione di una rete di distribuzione nazionale dell'energia elettrica, con quella che ricoprirà nei prossimi decenni la diffusione della rete di trasmissione dati a banda larga(*).
Esiste una chiara correlazione tra competitività di un paese e la diffusione di reti di trasmissione dati a banda larga. Non è un caso infatti che un paese da anni ai vertici delle classifiche stilate dal World Economic Forum, come la Finlandia, abbia sancito come "diritto" l'accesso ad una broadband per i propri cittadini.
Il nostro paese, per la sua morfologia, potrebbe più di altri cogliere le opportunità offerte dalla larga banda, contribuendo così a colmare il divario di sviluppo tra nord e sud.
La diffusione capillare di una rete a banda larga, crea nuovi paradigmi e modelli di business che rendono virtualmente ininfluente la location dei fornitori di servizi e prodotti con quella dei propri clienti finali.
Le analisi di Confindustria ci aiutano a comprendere le prospettive dal punto di vista economico: si stima che per ogni euro investito nel settore ICT si sviluppa 1,45 euro di Pil !
Purtroppo l’Italia presenta tassi di diffusione e crescita della banda larga tra i più bassi in Europa.
Meno del 20% degli italiani (10,6 milioni) accede regolarmente ai servizi offerti dalla banda larga e 14 milioni di famiglie non dispongono di una connessione a banda larga e, di queste, oltre 11 milioni non possiede un PC.
La rete italiana in doppino in rame è stata completata intorno agli anni '60 e, dunque, nel migliore dei casi presenta un'obsolescenza di quarant'anni. Non stupisce quindi che le famiglie italiane citino tra i maggiori ostacoli all’adozione dei servizi broadband, l’assenza di copertura.
Non è possibile più attendere. L'importanza dello sviluppo di infrastrutture come strade, ferrovie ed aeroporti è assolutamente comparabile a quella delle tecnologie di trasmissione dati. Per la competitività di una piccola o media azienda siciliana, è più determinante oggi l'accesso ad un rete ADSL che ad un ponte sullo stretto.
Spero che il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, possa rivedere la sua intenzione di posticipare gli investimenti previsti (800 milioni di euro).
Sarebbe abnorme questa volta, il costo della miopia dei nostri legislatori e tra qualche anno i nostri figli e nipoti, potrebbero chiedercene conto.
Cosa avreste detto voi ai vostri nonni e padri, se oggi in Italia i propri cittadini fossero costretti a vivere in un paese senza una efficiente e capillare rete di distribuzione dell'energia elettrica?

(*) La raccomandazione I.113 (06/97) del Telecommunication Standardization Sector dell'ITU (ITU-T) ha definito la banda larga come una capacità trasmissiva maggiore del primary rate ISDN, cioè 1.5 (negli USA) o 2 Mbit/s in Europa.
venerdì 14 agosto 2009
Inflazione calo record ... ma non per chi deve traghettare in Sicilia
L'inflazione nei paesi della zona euro ha subito un'ulteriore frenata. Secondo i dati diffusi da Eurostat, il tasso annuo è stato pari a -0,7%, un risultato mai registrato dalla nascita dell'euro (gennaio 2002).
Sembra però che di tutto questo importi poco ai dirigenti della Caronte Tourist che ogni anno decidono di apportare correzioni alle tariffe dei collegamenti Sicilia - Continente.
L'ultimo aumento però è stato fatto in sordina, nessun ritocco ufficiale, ma invece di applicare una tariffa flat al trasporto delle vetture private, come avviene da sempre, hanno deciso di applicare dal primo di Agosto, un'ulteriore costo che tiene conto del numero di passeggeri trasportati.
Così se fino al 31 Luglio un biglietto di andata e ritorno per un'autovettura, costava 50€ (tariffa gia superiore a quella dello scorso anno), da oggi per il trasporto della stessa, con due passeggeri a bordo, la tariffa risulta essere pari a 55,50€ quindi più del 10% rispetto al prezzo dovuto fino a qualche settimana fa.
Mi chiedo è mai possibile che a nessuno venga in mente di liberalizzare il trasporto di passeggeri tra Messina e Villa San Giovanni (al momento sotto il monopolio di trenitalia e caronte tourist) o al limite chiedere conto ai concessionari di rivedere al loro scellerata politica prezzi?
L'inutile ponte sullo stretto, semmai verrà realizzato, potrebbe porre fine a questo monopolio ... ma forse ne creerà semplicemente un altro, sempre a discapito dei consumatori italiani ...
Sembra però che di tutto questo importi poco ai dirigenti della Caronte Tourist che ogni anno decidono di apportare correzioni alle tariffe dei collegamenti Sicilia - Continente.
L'ultimo aumento però è stato fatto in sordina, nessun ritocco ufficiale, ma invece di applicare una tariffa flat al trasporto delle vetture private, come avviene da sempre, hanno deciso di applicare dal primo di Agosto, un'ulteriore costo che tiene conto del numero di passeggeri trasportati.
Così se fino al 31 Luglio un biglietto di andata e ritorno per un'autovettura, costava 50€ (tariffa gia superiore a quella dello scorso anno), da oggi per il trasporto della stessa, con due passeggeri a bordo, la tariffa risulta essere pari a 55,50€ quindi più del 10% rispetto al prezzo dovuto fino a qualche settimana fa.
Mi chiedo è mai possibile che a nessuno venga in mente di liberalizzare il trasporto di passeggeri tra Messina e Villa San Giovanni (al momento sotto il monopolio di trenitalia e caronte tourist) o al limite chiedere conto ai concessionari di rivedere al loro scellerata politica prezzi?
L'inutile ponte sullo stretto, semmai verrà realizzato, potrebbe porre fine a questo monopolio ... ma forse ne creerà semplicemente un altro, sempre a discapito dei consumatori italiani ...
martedì 3 febbraio 2009
Protezionismo: la soluzione dei mediocri !!
Tiene banco in questi giorni la protesta dei lavoratori inglesi della Lindsay oil, contro gli operai italiani della IREM. British job for British workers !!
Come si fa a non comprendere che imporre limitazioni di movimento ai lavoratori dell'unione europea, come auspicato dagli esponenti del carroccio, non farebbe che aggravare l'attuale crisi economica globale?
Il premier britannico Gordon Brown, ha chiaramente detto che è impossibile giustificare questo tipo di scioperi. Qualche giorno fa, durante il forum mondiale di Davos, Mr. Brown ha lanciato un «allarme protezionismo».
Il protezionismo fu uno dei fattori che provocò, a partire dalla crisi del 1929 negli Stati Uniti, una recessione globale. A ricordarcelo è Willem Buiter, professore di Economia Politica alla London School of Economics, nel suo blog.
Buiter cita anche il caso dei lavoratori italiani ed ironicamente si chiede: ma allora perché non limitare ai solo scozzesi (e non britannici) la possibilità di lavorare in quella regione o ai soli nativi bianchi e cristiani londinesi, la possibilità di lavorare nella city ...
Chi ha paura della competizione lo fa perché sa benissimo che non potrebbe reggere la concorrenza e se questi messaggi vengono da una compagine di un governo liberale, c'é poco da stare allegri.
La mia storia professionale mi ha insegnato che l'eccellenza si crea solamente in un contesto in cui liberamente, le professionalità e le competenze sono messe a disposizione del mercato globale. La diversità come ingrediente essenziale per creare un ambiente fertile allo sviluppo ed all'innovazione.
Avendo insegnato per anni in azienda, ironizzavo su me stesso dicendo che chi sapeva fare faceva e chi non sapeva fare insegnava. Oggi ho la sensazione che chi è capace e può offrire un valore aggiunto lavora, chi non lo è decide di mettersi in politica.
Dio ci salvi da questi politici inetti e dalla lega nord ...

Proteste anti-italiane alla Lindsay oil (foto J.Super-Ap)
Come si fa a non comprendere che imporre limitazioni di movimento ai lavoratori dell'unione europea, come auspicato dagli esponenti del carroccio, non farebbe che aggravare l'attuale crisi economica globale?
Il premier britannico Gordon Brown, ha chiaramente detto che è impossibile giustificare questo tipo di scioperi. Qualche giorno fa, durante il forum mondiale di Davos, Mr. Brown ha lanciato un «allarme protezionismo».
Il protezionismo fu uno dei fattori che provocò, a partire dalla crisi del 1929 negli Stati Uniti, una recessione globale. A ricordarcelo è Willem Buiter, professore di Economia Politica alla London School of Economics, nel suo blog.
Buiter cita anche il caso dei lavoratori italiani ed ironicamente si chiede: ma allora perché non limitare ai solo scozzesi (e non britannici) la possibilità di lavorare in quella regione o ai soli nativi bianchi e cristiani londinesi, la possibilità di lavorare nella city ...
Chi ha paura della competizione lo fa perché sa benissimo che non potrebbe reggere la concorrenza e se questi messaggi vengono da una compagine di un governo liberale, c'é poco da stare allegri.
La mia storia professionale mi ha insegnato che l'eccellenza si crea solamente in un contesto in cui liberamente, le professionalità e le competenze sono messe a disposizione del mercato globale. La diversità come ingrediente essenziale per creare un ambiente fertile allo sviluppo ed all'innovazione.
Avendo insegnato per anni in azienda, ironizzavo su me stesso dicendo che chi sapeva fare faceva e chi non sapeva fare insegnava. Oggi ho la sensazione che chi è capace e può offrire un valore aggiunto lavora, chi non lo è decide di mettersi in politica.
Dio ci salvi da questi politici inetti e dalla lega nord ...

Proteste anti-italiane alla Lindsay oil (foto J.Super-Ap)
lunedì 12 gennaio 2009
Gruppi finanziari poco trasparenti ... a pagare i soliti utenti !!
E' passata quasi nel silenzio dei media un'indagine conoscitiva dell'Antitrust su banche, assicurazioni e società di gestione del risparmio che ha rilevato che l'80% dei gruppi esaminati ha nei propri organismi soggetti con incarichi in concorrenti.
Una percentuale senza paragoni in Europa. Condizione inesistente per le imprese quotate in Spagna e Olanda, pari solo al 26,7% per le aziende quotate a Parigi, al 43,8% per quelle tedesche e il 47,1 per quelle quotate a Londra.
La mancanza di trasparenza nel mercato si traduce in un costo che a pagare sono ovviamente i consumatori. Un esempio su tutti il "cartello" creato de facto tra gli operatori di telefonia mobile, recentemente denunciato da alune associazioni di consumatori, o la presenza di albi che piuttosto che garantire la professionalità dei servizi, agiscono al solo scopo di radicalizzare privilegi e tenere alte le tariffe.
Lo scorso governo aveva tentato, con il decreto contenuto nel "pacchetto Bersani", di introdurre disposizioni di tutela della concorrenza nel settore dei servizi professionali, tutto ciò è naufragato insieme a quel che resta della sinistra italiana.
Una delle iniziative che più avrebbero favorito i consumatori "La class action", risulta probabilmente congelata in qualche commissione parlamentare.
L'attuale governo dovrebbe teoricamente sposare quelle teorie, essendo di vocazione liberale, ma poi a guardare il DNA dei suoi politici ci si accorge che, con buona fede di chi lo ha votato, i suoi esponenti vengono da quei partiti socialisti che hanno trasformato il concetto di statalismo in una sorta di "Milano da bere" nazionale che oggi paga il loro malgoverno con il debito pubblico più alto della storia del paese.
Senza un libero mercato ed una gestione efficiente della spesa pubblica, il sistema Italia è destinato al fallimento. Auguriamoci che gli esponenti dell'attuale classe dirigente, come quel ministro che ha nascosto forse dietro una foto ricordo con il Papa la sua tessera comunista, smettano di scrivere sonetti che renderebbero aurici in confronto, i versi delle canzoni di Brigantoni ed inizi davvero a cambiare in meglio questo paese.
Una percentuale senza paragoni in Europa. Condizione inesistente per le imprese quotate in Spagna e Olanda, pari solo al 26,7% per le aziende quotate a Parigi, al 43,8% per quelle tedesche e il 47,1 per quelle quotate a Londra.
La mancanza di trasparenza nel mercato si traduce in un costo che a pagare sono ovviamente i consumatori. Un esempio su tutti il "cartello" creato de facto tra gli operatori di telefonia mobile, recentemente denunciato da alune associazioni di consumatori, o la presenza di albi che piuttosto che garantire la professionalità dei servizi, agiscono al solo scopo di radicalizzare privilegi e tenere alte le tariffe.
Lo scorso governo aveva tentato, con il decreto contenuto nel "pacchetto Bersani", di introdurre disposizioni di tutela della concorrenza nel settore dei servizi professionali, tutto ciò è naufragato insieme a quel che resta della sinistra italiana.
Una delle iniziative che più avrebbero favorito i consumatori "La class action", risulta probabilmente congelata in qualche commissione parlamentare.
L'attuale governo dovrebbe teoricamente sposare quelle teorie, essendo di vocazione liberale, ma poi a guardare il DNA dei suoi politici ci si accorge che, con buona fede di chi lo ha votato, i suoi esponenti vengono da quei partiti socialisti che hanno trasformato il concetto di statalismo in una sorta di "Milano da bere" nazionale che oggi paga il loro malgoverno con il debito pubblico più alto della storia del paese.
Senza un libero mercato ed una gestione efficiente della spesa pubblica, il sistema Italia è destinato al fallimento. Auguriamoci che gli esponenti dell'attuale classe dirigente, come quel ministro che ha nascosto forse dietro una foto ricordo con il Papa la sua tessera comunista, smettano di scrivere sonetti che renderebbero aurici in confronto, i versi delle canzoni di Brigantoni ed inizi davvero a cambiare in meglio questo paese.
sabato 10 gennaio 2009
La crisi finanziaria ed il primo principio della termodinamica
Temo che a qualcuno non siano ancora chiare le ragioni della crisi finanziaria più grave degli ultimi 80 anni, ma soprattutto e mi riferisco ad alcuni media nazionali che ne mettono paradossalmente in dubbio la reale esistenza, sfuggono le cifre in gioco.
Secondo un'inchiesta della De Zeit, tradotta in italiano dal settimanale on line internazionale, le perdite accumulate dagli istituti finanziari dall'inizio della crisi sarebbero intorno ai 2800 miliardi di dollari. Più del 20% del PIL americano e ben superiore alla ricchezza prodotta nel nostro paese nel 2007 (2100 miliardi di dollari). Mentre ammontano a
23 mila miliardi le perdite registrate dalle borse mondiali nello stesso periodo.
Cosa c'entra in tutto questo il primo principio della termodinamica anche detto, per estensione, legge di conservazione dell'energia?
Chiarisco, sarebbe errato parlare di soldi persi o "bruciati", secondo la Zeit il termine più adeguato dovrebbe essere "evaporati".
In borsa questo fa la differenza perché come il vapore acqueo che una volta raffreddato, si ritrasforma in liquido, i soldi alla fine ritorneranno in tasca ai soliti noti. Infatti, come emerge dall'analisi della Zeit, i 2.800 miliardi di dollari persi con la crisi non sono svaniti nel nulla. Una parte si trova nelle case invendute degli Stati Uniti (990 miliardi di dollari), un'altra nelle tasche dei soliti ricchi come Silvio Berlusconi.
Le solite "calunnie" contro il premier? A metà Ottobre il presidente del consiglio ha acquistato 16 milioni di euro di azioni mediaset quando in borsa il titolo del suo gruppo era ai minimi storici.
Niente di illecito per carità, ma incoraggiare la gente a consumare e ad indebitarsi ancora, mi pare davvero irresponsabile. La crisi, è palese, come nel 1929 è stata creata non certo dalla sfiducia ma soprattutto da un allargamento della forbice tra ricchi e poveri del pianeta.
Ci viene in soccorso allora il sociolo spagnolo Manuel Castells che ci ricorda saggiamente che non sono i consumi a fare la felicità degli uomini. Se vivessimo in un altro modo, lasciando perdere gli stimoli "necessari" all'economia, potremmo usare i nostri soldi per stimolarci la mente perché è lì che si sente la vita.
Secondo un'inchiesta della De Zeit, tradotta in italiano dal settimanale on line internazionale, le perdite accumulate dagli istituti finanziari dall'inizio della crisi sarebbero intorno ai 2800 miliardi di dollari. Più del 20% del PIL americano e ben superiore alla ricchezza prodotta nel nostro paese nel 2007 (2100 miliardi di dollari). Mentre ammontano a23 mila miliardi le perdite registrate dalle borse mondiali nello stesso periodo.
Cosa c'entra in tutto questo il primo principio della termodinamica anche detto, per estensione, legge di conservazione dell'energia?
Chiarisco, sarebbe errato parlare di soldi persi o "bruciati", secondo la Zeit il termine più adeguato dovrebbe essere "evaporati".
In borsa questo fa la differenza perché come il vapore acqueo che una volta raffreddato, si ritrasforma in liquido, i soldi alla fine ritorneranno in tasca ai soliti noti. Infatti, come emerge dall'analisi della Zeit, i 2.800 miliardi di dollari persi con la crisi non sono svaniti nel nulla. Una parte si trova nelle case invendute degli Stati Uniti (990 miliardi di dollari), un'altra nelle tasche dei soliti ricchi come Silvio Berlusconi.
Le solite "calunnie" contro il premier? A metà Ottobre il presidente del consiglio ha acquistato 16 milioni di euro di azioni mediaset quando in borsa il titolo del suo gruppo era ai minimi storici.
Niente di illecito per carità, ma incoraggiare la gente a consumare e ad indebitarsi ancora, mi pare davvero irresponsabile. La crisi, è palese, come nel 1929 è stata creata non certo dalla sfiducia ma soprattutto da un allargamento della forbice tra ricchi e poveri del pianeta.
Ci viene in soccorso allora il sociolo spagnolo Manuel Castells che ci ricorda saggiamente che non sono i consumi a fare la felicità degli uomini. Se vivessimo in un altro modo, lasciando perdere gli stimoli "necessari" all'economia, potremmo usare i nostri soldi per stimolarci la mente perché è lì che si sente la vita.
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