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martedì 14 ottobre 2008

Dimmi con chi vai ...

Sono un uomo fortunato. Nella mia vita ho viaggiato molto ed ho potuto conoscere delle persone davvero speciali.

La campagna elettorale negli states mi fa venire alla memoria uno di questi incontri "fortunati".

Estate 2004, Tanzania. Con mia moglie avevamo deciso di passare due settimane in giro per i parchi che hanno reso famosa questa splendida terra.

A cena si socializza e si fa amicizia facilmente, una battuta sul cibo o sulle tradizioni locali, un sorriso o semplicemente la voglia di condividere le splendide esperienze che solo l'Africa riesce a donare.

Così senza neanche rendercene conto, una sera in un lodge all'interno del Tarangire National park, iniziamo a parlare con il vicino di tavolo. Il personaggio da romanzo, un anziano signore di Boston. Ottantanni suonati ma energia da vendere. Professore ad Harvard, in procinto di scalare i quasi seimila metri del mitico Kilimangiaro con tanto di personal trainer al seguito ...

Inevitabilmente la discussione cade sulla campagna elettorale tra il senatore John Kerry ed il presidente uscente George W. Bush. Gli chiedo un pò ingenuamente, "professore chi ritiene meglio tra il presidente Bush ed il senatore Kerry?"

Mi risponde senza esitazioni "Bush è stato il peggiore presidente nella storia degli Stati Uniti d'America, tragga lei le sue conclusioni"

Il simpatico professore americano, passò l'ora successiva a sostenere con dovizia di particolari le sue tesi che, a pensarci bene, non erano così distanti da quelle propugnate dal neo-premio Nobel per l'economia Paul Robin Krugman.

Non sorprende quindi che oggi, una delle strategie del candidato democratico alla casa bianca Barak Obama, sia quella di convincere gli elettori americani che il suo rivale John McCain rappresenti la continuazione naturale dell'attuale presidenza. Ed ovviamente il senatore repubblicano, non perde occasione per evidenziare quanto distanti siano state in passato, le sue posizioni da quelle dell'attuale inquilino alla casa bianca, evitando sistematicamente di nominarlo, e quando lo fa, indirettamente, solo per criticarlo.

A conferma di ciò Bill Clinton sosterrà nelle prossime settimane, il candidato democratico nello strategico stato della Florida, mentre il senatore republicano ha più volte detto "no grazie" a qualsiasi possibile iniziativa di "sostegno", da parte dell'attuale presidente ...

Certo da un professore harvardiano del democraticissimo stato del Massachusetts, non mi aspettavo un'analisi obiettiva. Ma da qui a definire Bush un presidente che entrerà nella storia, ce ne corre.

Il mio pensiero in merito a quest'ennesima boutade del nostro presidente del consiglio non differisce molto dall'opinione di Staino ...

lunedì 13 ottobre 2008

Sfera di cristallo ...

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.

L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto, per rovinare le scuole di stato:

1)Lasciare che vadano in malora.
2)Impoverire i loro bilanci.
3)Ignorare i loro bisogni.

Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico”.

DISCORSO PRONUNZIATO DA PIERO CALAMANDREI AL III CONGRESSO DELL’ASSOCIAZIONE A DIFESA DELLA SCUOLA NAZIONALE IL GIORNO 11 FEBBRAIO 1950

giovedì 25 settembre 2008

Cu nesci arrinesci ...

Quando decisi di andare via da Catania mio padre mi ricordò un vecchio proverbio siciliano: Cu nesci arrinesci ... (Chi si allontana dal suo ambiente viene a trovarsi in una condizione migliore).

Qualche tempo fa confrontavo i due fenomeni migratori d'inizio e fine secolo scorso.

L'immigrazione, nel primo caso, portava valore sul territorio.

Chi lasciava la propria terra erano soprattutto "braccia" ed operai in cerca di fortuna.

Chi trovava lavoro all'estero, non faceva mancare il proprio supporto a chi restava. Molti progettavano di tornare, una volta in grado di sostenere la propria famiglia, con il frutto dei propri sacrifici.

Oggi il fenomeno è tuttaltro che positivo perché impoverisce il territorio in maniera duplice: 1)Privandolo dei figli migliori e della potenziale classe dirigente. 2) Assorbendo ulteriormente risorse necessarie nelle fasi iniziali (pensate all'aiuto fornito dai genitori per affittare la prima casa oppure ai costi elevati di chi decide di andare a studiare fuori).

Le competenze e le esperienze sviluppate, lavorando e studiando lontano dalla propria terra, potrebbero fornire delle potenzialità inimagginabili per la crescita prosperosa e sostenibile del territorio.

Il problema è che solo pochi hanno voglia di tornare in un contesto professionale che definire arretrato è eufemistico e le due settimane di vacanza canoniche fanno passare ai più, anche la minima tentazione di rimettersi in gioco.

La classe dirigente politica siciliana, del resto, non ha assolutamente incentivato il ritorno dei talenti. Ad onor del vero, questo non è solo un fenomeno locale ma nazionale.

Recentemente, qualche esponente della lega, ha proposto di limitare i flussi migratori a livello nazionale (ad esempio i professori) per garantire la conservazione della cultura padana ...

Non voglio fare polemiche su quest'ultimo concetto, porterebbe troppo lontano dico solo che non ricordo di aver imparato né il dialetto né la canzone "ciuri ciuri" a scuola.

Le domande da porsi sono altre. Come mai nei nostri atenei ci sono pochissimi docenti e studenti stranieri? Perché le nostre aziende, tranne rare eccellenze, hanno difficoltà ad attrarre talenti a livello internazionale?

La risposta purtroppo la si intuisce analizzando i profili dei maggiori esponenti della casta che ho più volte definito in questo blog, la quinta essenza della mediocrità.

Perché mai dovrebbero permetterlo questi signori? Più ignorante è il popolo, più semplice è governarlo.

Senza un profondo rinnovamento della classe dirigente di questo paese, rischiamo di tornare economicamente agli anni del primo flusso migratorio e aspettarne altri cento per vedere un nuovo boom economico. Questo però è un lusso che non possiamo permetterci.

Immagine tratta da Nuovomondo di Emanuele Crialese

martedì 23 settembre 2008

Mission Impossible ...

Giusto Catania, europarlamentare di Rifondazione Comunista, chiede l'intervento della Corte dei Conti per "verificare l'intollerabile natura clientelare delle assunzioni per chiamata diretta di figli, sorelle, mogli e amici di esponenti del governo Lombardo negli uffici di gabinetto degli assessori e nelle società controllate o partecipate".

Io sono un'ottimista di natura ma dico con sincera stima a Giusto Catania, come fai ad aspettarti un cambiamento nel comportamento e nella qualità della classe politica italiana/siciliana da un'inchiesta della corte dei conti ... per carità iniziativa da lodare e promuovere ma ... senza speranza , mission impossible !

Questi personaggi del resto, sono:

- Passati indenni alle condanne definitive post tangentopoli - compreso l'attuale presidente della regione siciliana;
- Hanno ignorato e deriso in modo spudorato, lo sdegno popolare suscitato dalla pubblicazione di libri come la casta e la deriva di Stella e Rizzo - in paesi "normali" questi signori sarebbero o al gabbio o in esilio in un'isoletta sperduta al largo delle coste sud africane;
- Hanno fatto di tutto per occultare e censurare inchieste giornalistiche come quelle di Lirio Abbate e Petro Gomez (vi consiglio di leggere i complici) - ma questa non è una novità dato che lo stesso giornalista Tony Zermo della Sicilia, ha in passato sostenuto che un GIORNALISTA (questa volta in maiuscolo) come Giuseppe Fava, fosse stato ucciso da un marito geloso piuttosto che dalla mafia.
- Hanno continuato a "rappresentare" (grazie al fatto che a livello nazionale non sia più possibile esprimere una preferenza) in parlamento i propri corregionali, nonostante le accertate collusioni con la mafia - Totò Cuffaro e Marcello Dell'Utri docet;
- Continuano a sprecare risorse preziose e sempre più rare - penso ai finanziamenti dati alla recente fiction "impossibile" girata dalla RAI in Sicilia e citata come fiore all'occhiello da parte del governatore Lombardo;
- Hanno in sintesi affossato definitivamente una regione che da duecento anni è governata, ad essere buoni, dalla quinta essenza della mediocrità espressa dal territorio ... invitando, de-facto ... i suoi figli migliori (escludendo i presenti) a lasciare la propria terra.

Scardinare questo sistema è pressoché impossibile con la corrente legislazione, o meglio ... con gli attuali dirigenti politici. Perché questi ultimi hanno creato una rete di clientele vastissima sul territorio, dimostrata dai recenti "plebisciti" a favore dei personaggi di cui sopra, autori del resto anche del dissesto del comune di Catania.

lunedì 8 settembre 2008

Cosa sta accadendo alla scuola italiana?

Seguo da giorni il dibattito sulla riforma scolastica propugnata dal ministro Gelmini . Più che dai contenuti, sono stato colpito dall'uso che il ministro lombardo fa del congiuntivo, degno del peggior Di Pietro, constatando amaramente, grazie al solito Stella, quali siano i concetti di meritocrazia e coerenza per l'astro nascente del partito delle libertà ...

Scherzi a parte ammetto di non avere gli strumenti per poter esprimere un giudizio sulla riforma scolastica proposta e quindi mi affido alla competenza del professor Claudio Chillemi vice preside della scuola media statale di Valverde (CT), di cui pubblico integralmente un'illuminante disamina sullo stato della scuola italiana.


Fondazione science fiction magazine
Claudio Chillemi secondo da sinistra



Quello che sta accadendo alla scuola italiana ha il sapore del cataclisma.

Da più parti si cerca di usare pietosi eufemismi per nascondere un semplice dato di fatto: lo stato (quindi noi cittadini) non possiamo più permetterci una scuola pubblica di qualità. Sono state le spese folli degli ultimi decenni, la corruzione diffusa e il relativo sperpero di denaro, la tremenda evasione fiscale, l’incapacità dell’imprenditoria italiana pubblica e privata di produrre ricchezza, sono state tante cose; ma, sta di fatto, che oggi non ci sono i soldi per permettere alla scuola pubblica di funzionare bene e di funzionare al meglio. La scuola, ovviamente, non è la sola cosa che gli italiani non si possono più permettere, accanto ad essa c’è la sanità, anche questa toccata da numerosi e circostanziati aggiustamenti di bilancio; ma, è certo, che la scuola con il suo “quasi milione” di dipendenti, rappresenta per le tasche pubbliche una spesa non indifferente. Ecco dunque i tagli.

Vista così, la vicenda potrebbe anche avere un briciolo di logica. Quando in una famiglia c’è un problema economico, la prima cosa che si fa è risparmiare sulle spese. Buon senso che vale per il micro quanto per il macro cosmo, è ovvio. Ma una famiglia risparmierebbe mai sull’educazione dei figli? Risparmierebbe mai sulle cure sanitarie? Ovviamente no. Nessun padre di famiglia degno di questo nome spenderebbe 1000 euro al mese di telefonate e manderebbe il figlio a lavorare a tredici anni. Ebbene, paradosso dei paradossi, il governo italiano sta pensando di fare questo. Uno stato, infatti, che spende oltre un miliardo di euro l’anno per le consulenze nella pubblica amministrazione; che nel 2004 ha versato 250 milioni di euro per il rimborso delle spese elettorali ai partiti che hanno partecipato alle competizioni europee; che negli ultimi 10 anni ha visto spendere oltre 2,2 miliardi di euro per la gestione del Quirinale; che nel 2006 ha speso 1,4 miliardi per le spese del Senato e della camera; uno stato quindi che sperpera senza pietà, pensa di risparmiare sulla salute e l’educazione dei cittadini!
Questa è già una considerazione aberrante di per se, se non fosse che al peggio non c’è mai fine. Infatti, insieme al forzato e insensato risparmio si vuol far passare anche qualcos’altro: un’inquietante “caccia alle streghe”. La serie di falsità condita con dati statistici confezionati all’uopo, che sono state in questo periodo spacciate per “verità rivelata” sulla scuola, altro non sono che l’alibi con cui si vuole compiere il delitto perfetto. Passiamole in rassegna:

La scuola Italiana ha un rapporto alunni insegnanti più alto che in altri paesi europei, se lo abbassiamo risparmiamo.

Vero. Nei paesi Ocse ci sono 7,5 insegnanti ogni 100 alunni, in Italia 9,1 (ovviamente sarebbe anche interessante vedere il rapporto elettore/rappresentanti in Italia, se si pensa che nel nostro paese vi sono ben 180.000 rappresentanti dal vicesindaco del più piccolo comune al presidente della repubblica, in questo caso il confronto con altri paesi è agghiacciante!). Ma perché accade questo?
L’Italia ha una conformazione geografica particolarissima, piena di comunità montane e insulari. Si calcola che in queste zone sono dislocate circa 2000 scuole (che difatti sono le prime che con ogni probabilità saranno ridimensionate, costringendo magari un bambino di 10 anni ad alzarsi ogni mattina alle 5 per prendere un pullman che dopo un’ora lo porta a scuola!!!), tali istituti sono popolati di classe piccole, addirittura piccolissime, perché se a Salina, facciamo un esempio, ci sono 5 ragazzi in età di terza elementare non si può certo accorpare la classe di Salina con quella di Lipari, c’è il mare in mezzo. E’ evidente che l’incidenza di tali scuole nella media nazionale fa innalzare il rapporto insegnanti alunni di cui sopra. Questa è una rilevazione scientifico-matematica. Ma ci sono altre tre considerazioni, di ordine didattico, pedagogico e anche di maturità e civiltà.
In questo rapporto insegnanti/alunni sono contenuti gli insegnanti di sostegno per i portatori di H. Negli altri paesi i diversamente abili (tranne rari casi) hanno scuole speciali tutte per loro (e chi esce da una di queste scuole è segnato per tutta la vita, ricordate Forrest Gump?); da noi si è fatta una scelta di alta civiltà, questi alunni sono stati inseriti nelle classi degli istituti pubblici aperti a tutti, insieme agli alunni cosiddetti normali, nel tentativo (mai vano) di non ghettizzarli. E’ un errore, questo?
Seconda considerazione, nella scuola di base (le elementari) si è impostato un modulo d’insegnamento che prevede tre insegnanti per due classi (con alcune varianti, esso comunque si basa sulla specializzazione d’insegnamento di ciascun insegnante che può espletare le materie in cui si trova più a suo agio ed è più preparato), questo ha fatto aumentare del 33% il numero degli insegnanti della scuola elementare, ma ha dato a questo arco di studi una dignità tale da essere considerata la migliore scuola di base del pianeta (addirittura diversi esperti del mondo anglosassone e del nord Europa, negli anni passati venivano in Italia a studiare come era “fatta” la nostra scuola elementare). Forse è stato troppo, per l’Italia di oggi. Scusate se siamo stati troppo bravi e fateci tornare al maestro unico armato di bacchetta che mette in riga i bambini con il grembiulino.
Terza ed ultima accezione. Il rapporto docenti/alunni è aumentato anche per il fatto che in molti istituti superiori (soprattutto quelli tecnici e professionali) vi sono molte figure di docenti chiamati “assistenti tecnici o di laboratorio”, vale a dire insegnanti che prendono in consegna le classi per insegnar loro attività pratiche o che assistono l’insegnante curriculare nell’insegnamento di attività pratiche. La loro eventuale scomparsa si commenta da sola in un paese che lamenta sempre la lontananza della scuola dal mondo del lavoro e delle attività pratiche.
E’ tutto qui? No, perché per completezza dobbiamo anche fornire un altro dato. Quanto spende l’Italia per l’Istruzione? Con un rapporto così alto docenti alunni, con tutti gli sprechi si impuntano al sistema scolastico, sarà un’eresia, diranno i più. No! L’Italia spende il 4,6% del PIL per l’Istruzione, contro 7,4 della Svezia, il 7,6 della Norvegia e l’8,4 della Danimarca. Tirate voi le somme!


I docenti Italiani sono sottopagati ma lavorano meno degli altri.

Che i docenti italiani sono sottopagati è vero, non stiamo qui a snocciolare cifre, basti pensare che dopo 15 anni di servizio un docente italiano percepisce 30.000 dollari l’anno (circa 20.000 euro), contro i 40.000 di spagnoli e inglesi e i 50.000 dei tedeschi (un docente italiano percepisce uno stipendio medio mensile inferiore agli uscieri della ARS di Palermo, mica chiacchiere). Molti, però, dicono che il docente italiano lavora meno degli altri. Nella scuola media e superiore 18 ore a settimana. Altra bufala colossale, non tanto perché gli stranieri non lavorano più di 18 ore (in alcuni casi l’orario medio settimanale è di 24, 30, 32 ore), ma perché noi lavoriamo ben più di 18 ore.

In primo luogo le 18 ore sono ore d’insegnamento, ma il contratto nazionale prevede tutta un’altra serie di obblighi orari da rispettare. 80 ore annue di collegi, consigli di classe, riunioni con i genitori, programmazione. 80 ore diviso 35 settimane di scuola sono circa 2,2 ore a settimana. Quindi da 18 siamo già a 20 ore. Poi il contratto dice che la preparazione delle lezioni, dei compiti (e la loro correzione), sono da ritenersi obbligatorie per il docenti (attività funzionali all’insegnamento). Bene, un docente con tre classi, che insegna italiano passerà o no almeno mezz’ora al giorno a preparare la lezione di latino, il compito d’Italiano, la spiegazione di storia? Mezz’ora moltiplicata per i cinque giorni alla settimana d’insegnamento, fa ancora 2,5 ore a settimana. Quindi da 20 siamo già passati a 22 ore (lasciamo stare i decimali, perché magari c’è chi fa qualcosa in più chi fa qualcosa in meno). Poi c’è la correzione dei compiti. Avere 3 classi significa correggere almeno 60 compiti al mese (che sia italiano, lingua, matematica, disegno, ricerche di scienze, di tecnica, e chi più ne ha più ne metta). Quanto tempo ci vuole per correggere 60 compiti? 20 minuti a compito? 30 minuti? 15 minuti? Facciamo 15, giusto per tenerci bassi, e per essere in media, perché c’è chi ha 6 classi e non 3, e chi ne ha 1 sola e non 3. Ma 15 minuti a compito per 60 compiti sono ben 15 ore al mese, 4 ore alla settimana. E quindi già da 22 ore si passa a 26. Poi il contratto dice che il docente deve provvedere a instaurare rapporti costanti con le famiglie (non quindi le riunioni collegiali che fanno parte delle 80 ore di cui sopra). Per instaurare un rapporto costante con le 60 famiglie delle sue tre classi, un docente quante ore settimanali deve mettere a disposizione? 1, 2 o 3? Facciamo 2, perché c’è chi magari ne impegna 3, chi ne impegna 1. Quindi da 26 ore a settimana si passa a 28. Quindi vi è la tenuta in ordine del registro personale. Una volta i registri erano semplici, voti assenze e poco altro. Oggi, la burocratizzazione capillare della scuola, ha portato a registrare un numero considerevole di dati: programmazioni personalizzate; percorsi didattici; verifiche alternative; una innumerevole serie di valutazioni (una per ogni sfumatura della propria materia), ecc…Per mantenere in ordine un registro così complesso occorre almeno un’ora alla settimana per classe, mediamente un docente ha 3 classi, ergo 3 ore a settimana e le 28 ore diventano 31 (…e ci volevano far compilare anche il Portfolio!).

Poi c’è l’aggiornamento. Conteggiare le ore di aggiornamento è molto difficile. Per un insegnante di storia dell’arte o di lettere, andare da Catania a Firenze, può anche essere un viaggio di piacere, ma è anche un viaggio di aggiornamento. Per un insegnante di lingua inglese, trascorrere 10 giorni a Londra è un viaggio di piacere o di aggiornamento? Leggere un libro, vedere un film, andare ad una mostra, assistere ad una conferenza scientifica, sono aggiornamento? I più direbbero di si, anche se sono cose che con gli stipendi degli insegnanti è sempre più difficile permettersi. Come è aggiornamento la partecipazione a corsi organizzati all’uopo dalle scuole.

E’ così facile dimostrare come le 18 ore a settimana siano in realtà 31, forse 32 o 33, o anche di più.

Poi c’è la questione dei “tre mesi di vacanze l’anno”. Antico retaggio di una scuola che iniziava ad ottobre. Oggi la scuola per un insegnante termina il 30 giugno ed inizia il 1 settembre. Molti istituti sforano ai primi di luglio, alcuni anticipano alla fine d’agosto il ritorno in servizio dei docenti. E’ vero anche che ci sono le vacanze di Natale e di Pasqua. Ma andiamo con ordine. Ogni dipendente pubblico ha diritto a 32 giorni di ferie e a 4 giorni di festività soppresse, totale 36 giorni. Quando un dipendente prende le ferie non si conteggiano le festività e le domeniche. Quindi in 2 mesi, che sono 60 giorni, ci sono 36 giorni di ferie, più 9 domeniche e ferragosto, totale 46 uguali per tutti. La scuola ha quindi 14 giorni in più, ma chi fa esami di maturità fino a metà luglio? Chi deve fare corsi di recupero fin dalla fine di agosto? Chi ha un Collegio Docenti il 3 Luglio? Chi ha una sessione di esami straordinaria il 25 agosto? Diciamo allora che, per tutte queste eventualità, i 14 giorni li facciamo scendere in media a 7. Poi ci sono Natale e Pasqua. Totale 19. Però, di questi giorni 8/9 sono comunque vacanza per tutti (i rossi più le domeniche), quindi restano 10 giorni che sommati ai 7 estivi fanno 17. La scuola fa poco più di due settimane in più di vacanza rispetto a tutti gli altri dipendenti e non tre mesi come si sente sempre dire. Ma, come abbiamo dimostrato, l’insegnante fa anche 13/14 ore di lavoro in più alla settimana, rispetto alle misere 18 ore di cui si parla in giro. In conclusione, un docente svolge un lavoro “nero” o meglio “sottobanco” per quasi il doppio del suo orario di lezioni per tutto l’anno, per avere qualche giorno in più di vacanza; ma se a questo si confronta il fatto che nella pubblica amministrazione ogni dipendente usufruisce di circa 13 giorni l’anno di malattia contro i poco più di 9 del comparto scuola (dati venuti fuori dopo la sfuriata Brunetta contro i fannulloni…), voilà la differenza è colmata.


Bisogna costruire una carriera per gli insegnanti così i più meritevoli verranno retribuiti adeguatamente.


Come si fa a giudicare un insegnante? In base al successo dei suoi alunni? E cosa vuol dire successo? Essere promosso o essere bocciati? Avere sufficiente partendo da zero o avere buono partendo da ottimo? E poi. Un insegnante bravo può essere giudicato dal suo dirigente? O si verrebbe a creare una forma di sudditanza simile a quella che aleggiava in certi uffici pubblici subito dopo la guerra (per tacere del “ventennio”)?

Un bravo medico è colui che dimette un paziente da un ospedale o colui che lo guarisce pur non dimettendolo, o dimettendolo quando è giunto il momento opportuno?
Per anni la scuola ha subito questa stortura. Essa è stata la scuola del successo formativo, quindi non contava cosa un ragazzo sapeva e cosa non sapeva, contava solo che in qualcosa era migliorato rispetto alla partenza del suo percorso scolastico. Così le scuole sono state per anni giudicate in base a quanta alunni venivano promossi non per quello che gli alunni avevano imparato; insomma è come giudicare un ospedale non da quanta gente guarisce ma da quanta gente dimette, poco importa se poi uno va a morire a casa!
Allora, ripeto: come giudicare gli insegnanti? In base a quello che i loro alunni conoscono. Si può provare, ma è ovvio che un insegnante che lavora in periferia non può avere alunni con le stesse conoscenze di un docente che lavora al centro di una città (magari del Nord…). E così siamo punto e accapo.

L’ideale sarebbe testare la conoscenza di un alunno all’inizio di un ciclo di studi e confrontarla con quella che possiede alla fine del ciclo di studi. Ideale, ma giusto? Anche qui ci sono delle difficoltà: un alunno può avere una famiglia che gli permette di apprendere di più con iniziative che con la scuola hanno poco a che vedere (corsi di lingua in Inghilterra; studi di pianoforte; insegnanti privati di latino; ecc…) o avere una famiglia che se ne infischia dell’educazione e dell’istruzione vanificando il lavoro dell’insegnante; in entrambi i casi i docenti non avrebbero modo di influire sul “sapere” del proprio alunni, e quindi sarebbero in giudicabili.

Ancora una volta un buco nell’acqua. Facciamo i concorsi allora! Se vuoi passere al gradino superiore devi sostenere degli esami, devi far vedere che vali di più, allora diventi “docente esperto”. Può anche andare bene, ma chi giudicherà gli insegnanti? E, soprattutto, su cosa verranno giudicati. La scuola è piena di docenti che hanno acquisito un’esperienza tale da essere una ricchezza, ma tale esperienza è di difficile censimento da parte di una commissione concorsuale: ci sono docenti che sanno gestire la disciplina in una classe senza metodi repressivi e note di demerito, come valutare questa capacità? Ci sono docenti che sanno coordinare in modo straordinario i percorsi didattici di un intero Consiglio di Classe, come valutare questa predisposizione? E potremmo continuare all’infinito, con tante piccole ma grandi predisposizioni acquisiti in anni di lavoro o, più semplicemente, come talento di nascita. Una commissione concorsuale non farebbe altro che registrare vuote conoscenze teoriche (e in parte astratte) che hanno poco a che vedere con la pratica di un “docente esperto” (come vorrebbe fosse chiamato la Gelmini).

Allora chi può giudicare? Il dirigente scolastico? Potrebbe rientrare nei suoi compiti (e in parte già lo rientra), ma sarebbe come ritornare cinquanta o sessanta anni indietro quando il capo ufficio poteva disporre di “vita e di morte”. Anche questa una via poco percorribile.

La verità che sta dietro questa fantomatica “carriera” è un’altra. Il messaggio è stato chiaro (lo ha detto la stessa Gelmini), se vi sono meno insegnanti si possono pagare quelli che restano un po’ di più; e, tra quelli che restano, una piccola casta si può retribuire ancora meglio. Un modo come un altro per turare la bocca alla classe docente tutto a scapito di migliaia di precari che da anni svolgono il loro lavoro e che si troverebbero da un giorno all’altro in mezzo alla strada. E di questi giorni, poi, l’idea di “aumentare” le ore dei docenti. Come? Aumentano le ore e aumenta lo stipendio? Difficile se non impossibile, vista l’dea che si vuole risparmiare. Aumentano le ore e diminuiscono le cattedre? Facile, perché un docente che passa da 18 a 24 ore, deve trovare le sei ore in più nella cattedra di un altro docente. Allora, l’equazione è semplicissima. “Rubo” le sei ore ad un precario, le do ad un docente di ruolo pagandolo “appena di più”. Per semplificare: un docente precario guadagna 1200 euro al mese (nette), se le sue 18 ore le divido per tre docenti di ruolo, a loro do 100 euro in più al mese per le ore in più e così risparmio 900 euro (100x3=300; 1200-300=900)! Oppure, le ore in più potrebbero essere date ai “docenti esperti” di cui sopra che verrebbero retribuiti di più, quindi, non tanto per i loro meriti ma perché lavorano di più, dov’è allora la carriera? Se un appuntato prende più di un carabiniere è perché uno è di grado superiore all’altro, se devo lavorare di più per prendere di più a che pro la “carriera”, è scontato che se lavoro di più prendo di più!

Il Grembiule il Voto e…La Condotta!

Se parlate con la maggior parte degli insegnanti quello che salta subito all’occhio e che tutti chiedono maggior rigore, ordine e semplificazione dei giudizi. Portare avanti queste crociate, quindi, significa far ricorso ad una mera azione di captatio benevolentia di vecchio stampo. Un po’ come si cerca di fare con la “carriera” di cui sopra.

Tutti gli insegnanti degni di nota sanno bene che far ricorso ad un brutto voto per ottenere disciplina ed attenzione è una sconfitta. Non ci sono mezzi termini per definirla. Per gli alunni, poi, che superano i limiti (i caratteriali, i dipolari, ecc…), il brutto voto non è la soluzione adeguata, quella più adeguata sarebbe assegnarli un insegnante di sostegno…Ma, abbiamo già visto che a settembre si aprirà la “caccia” agli insegnanti di sostegno e quindi…Allora? Allora è semplice interpretare il brutto voto come un do ut des tra il governo e gli insegnanti: io ti do classi molto più numerose, meno insegnanti di sostegno; ma, in compenso ti do il voto come deterrente umiliante e il voto in condotta come scusa per la bocciatura…

E il grembiule? Magnifica idea, peccato che a scuola ogni alunno possiede uno o più cellulari, uno o più palmari, che, nonostante circolari e controlli, stanno sempre li. Si pensa davvero di riuscire a convincere milioni di ragazzi e di famiglie a rinunciare al griffato? Certo, è una bella crociata che come le vere crociate e le vere guerre distrae dai problemi reali della scuola.

Certo, lo stillicidio quotidiano sulla scuola che ha per protagonisti i vertici del nostro governo è interminabile. “Via gli insegnanti del sud dalla scuola del nord” (dove sono il generale Grant e il generale Lee? Manca solo Abramo Lincoln!); frase che non ha alcun senso se si pensa che senza insegnanti del sud più di metà delle scuole del nord potrebbero chiudere. Oppure, e ancora, “gli insegnanti del sud abbassano la media della scuola Italiana”. Ma come!? Se la scuola del Nord è piena di insegnanti del sud ed è all’avanguardia (dati Ocse), non è certo colpa degli insegnanti se la scuola del sud va male ma dalle infrastrutture. Certo, pensare che si vogliono spendere 4 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto quando quasi il 60% delle scuole italiane non ha un certificato di abitabilità e non è costruita con norme antisismiche fa molto riflettere!

E’ poi di questi giorni la notizia che la scuola Italiana costa 42,5 miliardi di euro. Una cifra pazzesca, ovviamente. Ma lo vogliamo ricordare che il servizio scolastico è destinato a decine di milioni di persone? E che, comunque, questa cifra, per quanto pazzesca, è “solo” il 20% dell’evasione fiscale annua calcolata in 200 miliardi? Poi si potrebbe fare un semplicissimo paragone, il costo previsto per le due Camere del parlamento Italiano per il 2007 è di circa 1,5 miliardi di euro per sostenere il lavoro di 1000 deputati, fate voi una semplice proporzione, o è mera demagogia?

Concludendo…

Uno stato che non investe sull’educazione dei propri giovani e sulla salute dei suoi cittadini non può andare molto lontano. Uno stato che, contemporaneamente, spende e spande per mille indecorose indecenze (e di questi giorni la notizia che un deputato regionale siciliano guadagna 14.000 euro al mese, più di un ministro!), vede ancora più drasticamente ridotta la strada che potrà percorrere in futuro. Certo, l’idea di base, il nocciolo della questione, è un altro. Forse, dietro tutto questo c’è la paura che una scuola di qualità sforni generazioni di cittadini consapevoli, capaci di discernimento e di selettività, chiamiamola “elettorale”. Da sempre l’ignoranza genera controllo (ricordate il Latino del dottor Azzeccagarbugli come rincretinisce il povero Renzo che dalla sua ha anche la giustizia?), e coloro che chi ci governano vogliono forse una società italiana ignorante e facilmente “etere pilotabile”, dove chi se lo può permettere manda i propri figli in una scuola privata, per generare una piccola casta di uomini di potere. Forse…Ma speriamo di no.

NB – TUTTI I DATI PRESENTI SONO TRATTI DAI LIBRI “LA CASTA” E “LA DERIVA” DI S. RIZZO E G.A.STELLA.

lunedì 18 agosto 2008

A proposito di scecchi ...


Ieri sera ho seguito con interesse un documentario sullo stato d'Israele. Nonostante la crisi economica, i forti investimenti sulla ricerca e nell'istruzione, hanno permesso ad un paese tormentato da una guerra che dura da 60 anni, di mantenere sopra al 3% la crescita del PIL. Altro che i chiari di luna a cui siamo abituati dalle nostre parti.

La bocciatura (l'ennesima) del figlio asino del ministro Bossi, ha fatto gridare allo scandalo (ovviamente solo al padre) ma il somaro leghista è in numerosa compagnia e la presunta avversione dei professori meridionali nei confronti degli studenti del nord, pare smentita dalle statistiche.

Infatti, sfogliando le pagine del quotidiano La Sicilia di oggi, sono stato colpito da un allarmante inchiesta relativa ai laureati dell'ateneo più antico di Sicilia.

Nel 2007, 7051 studenti hanno conseguito un titolo di studio presso l'ateneo catanese. Da un'indagine di almalaurea è emerso che in media uno studente etneo consegue la laurea di primo livello (3 anni di corso) a 24,9 anni (24,5 a livello nazionale) e raggiunge l'agognata laurea specialistica (quella vera per intenderci) alle soglie dei trentanni, 29,7 per l'esattezza (26,1 per i suoi colleghi italiani).

Questi dati confrontati con le prestazioni dei partner europei, fannno vincere a questi ragazzi, l'unico scettro che meritano davvero - un cappello con le orecchie da somaro.

Sono stato il primo a criticare le tesi dell'ex ministro dell'economia Padoa Schioppa, ma ainoi pare proprio che la patria del più grande fisico di tutti i tempi, Ettore Majorana, sia ormai popolata da bamboccioni veri o quel che è peggio, da ragazzi con poche speranze per il loro futuro.

martedì 5 agosto 2008

Arrivano i nostri ...


Ieri mattina alle 6.30, con puntualità teutonica, dalla caserma Santa Barbara di via Perrucchetti a Milano, è partito un piccolo contingente di militari armati di fucile mitragliatore AR 70 Sc. Già alle 7 i soldati avevano presidiato le 12 postazioni previste nel capoluogo lombardo: nove "posti fissi" e tre "pattuglie appiedate".

A regime saranno circa 3000 i soldati impegnati sul territorio nazionale, così come avvenuto nel 1992, con l'operazione vespri siciliani (contro la mafia), i cittadini italiani, grazie alle forze armate, avranno garantita la loro sicurezza (contro chi?).

Stop, bene la prima .... grazie adesso vado a farmi una bella granita all'antica Sicilia, tanto per riprendere confidenza con l'aria di casa ... sai tra neanche 4 giorni iniziano le ferie ... ops ero ancora in diretta? Si è sentito?

Fanno sorridere (o piangere?) le dichiarazioni del ministro della difesa Ignazio La Russa il quale ha affermato che solo i post-sessantottini possono essere contrari a quest'operazione. Onestamente, sconoscevo questo pregressa esperienza del primo cittadino romano Alemanno che proprio non ne vuol sentir parlare di vedere, in piena stagione turistica, la città eterna con militari armati in giro, neanche si trattasse di intercettare qualche cecchino imboscato in un appartamento della devastata Sarajevo.

Se sull'immagine che i turisti in giro per le nostre città possono farsi, i dubbi restano, sulla presunta utilità, preferisco affidarmi a dei professionisti come Nicola Tanzi, segretario del SAP (sindacato autonomo di polizia) che ha affermato testualmente:
... no ad una nuova forza di polizia militare perche' rischia di creare soltanto problemi alla gestione concreta della sicurezza e di assorbire inutilmente risorse ...

Infine, da ex militare di leva, penso a quei professionisti addestrati a sostenere azioni di combattimento in guerra, ed umiliati oggi a dare la caccia a qualche vu cumprà ... per permettere ad Ignazio Jouer ed a qualche suo alleato "padano", di villantare crediti con i propri elettori che a loro si erano affidati per garantire davvero la sicurezza nel nostro paese.

venerdì 1 agosto 2008

La "famigghia"

Nel 2005 l'Economist ha definito l'Italia "The real sick man of Europe", il vero uomo malato d'Europa. Non è cambiato molto da allora, anzi, ed i numeri continuano a sostenere la tesi del giornale britannico.

Mi sono chiesto allora: cosa tiene questa piccola italietta insieme? La presunta creatività e l'intelligenza dei suoi abitanti?

Qualcuno mi citi una grande scoperta od un'innovazione radicale, avvenuta negli ultimi 20 anni in Italia che abbia sostanzialmente modificato modelli di business rilevanti per l'economia mondiale, creando valore e ricchezza per tutti.

Vi prego risparmiatemi i Dolce&Gabbana e tutto quel circo delirante che sta dietro il mondo della moda. Per carità non dico che il settore fashion non crei ricchezza, ma quanto questa sia sostenibile in Italia, bisognerebbe chiederlo a qualche industriale del settore tessile nel pratese.

Invece, solo ad esempio, un piccolo paese (dal punto di vista demografico) come la Finlandia, puntando sull'unica risorsa davvero disponibile e sostenibile: la ricerca tecnologica, staziona da anni ai primi posti delle classifiche stilate dal World Economic Forum sulla competitività e la sua leadership nel settore della comunicazione mobile, è ormai più che consolidata.

Non mi si fraintenda, il nostro paese ha risorse inimmaginabili, penso solo al turismo (anche questo settore in crisi, come evidenziato dal recente sorpasso della Spagna) ma quello che a mio parere, specialmente nel profondo sud italiano, gli permette di andare avanti, è la peculiare strutturazione del tessuto familiare ... in altre parole, la forza e la coesione delle sue famiglie.

Peccato che anche questo tipo di "risorsa" accusi i sintomi evidentemente manifestati dal nostro paese malato. Questo tipo di esperienza la vivo ogni giorno, vedendo cari amici o familiari in crisi con le loro famiglie e capisco che quello che si sta perdendo non è solo la serenità nelle loro case, ma parte del nostro futuro.


RAFFAELLO - Sacra famiglia con l'agnello 1505
Olio su tavola, Madrid, Prado

martedì 29 luglio 2008

Macca Liotru o Giufà?


Non voglio villantare crediti ... lo dico subito, non sono un "macca liotru" ! Come potrei esserlo con un padre nato ad Agira (EN) ed una madre nata a Como, mezza toscana e mezza nicolosita ... da far invidia ai figli di Bossi ...

Infatti, con «macca liotru», cioè «marca elefante» (il simbolo di Catania dal 1239), vengono chiamati i catanesi provenienti dalla città, in opposizione a chi proviene dalla provincia.

Il Liotru (chiamato anche, più raramente, Diotru) deve il suo appellativo alla storpiatura del nome Eliodoro. Questi era un nobile catanese che aveva tentato senza successo di diventare vescovo della diocesi. Caduto in disgrazia, divenne apostata e fu considerato «discepolo degli Ebrei, negromante e fabbro di idoli». Si oppose al vescovo Leone II il Taumaturgo, che lo condannò ad essere bruciato vivo nelle Terme Achilliane. Questo personaggio è legato all'elefante perché una leggenda narrava che fu lui il suo scultore. Sempre secondo la leggenda, il vescovo Leone avrebbe fatto portare la statua fuori dalle mura per farla dimenticare, ma il popolo le avrebbe ugualmente tributato degli onori divini (fonte wikipedia).

Come dicevo sopra, non posso certo definirmi "macca liotru" nonostante sia nato e mi sia sposato, nel borgo catanese di Ognina. Comunque non possono definirsi tali, neanche gli ultimi due primi cittadini del comune etneo, Umberto Scapagnini e Raffaele Stancanelli.

Scapagnini sarà ricordato più che per le sue qualità di sindaco (ha lasciato Catania dopo due leglislature, alle soglie della bancarotta, con un disavanzo di quasi 800 milioni di euro a quanto rivelato dal commissario Vincenzo Emanuele che ha sostituito il primo cittadino "catanese"), per essere stato il medico personale del "dux di Arcore" che deve al professore partenopeo, la sua presunta immortalità.

Raffaele Stancanelli ha da poco iniziato la sua avventura come sindaco della città etnea, conquistando, nonostante i disastri della giunta precedente, la fiducia dei catanesi che hanno confermato la scelta di essere governati da un esponente della "casa delle libertà".

Non mi preoccupa che Stancanelli non sia, essendo nato a Regalbuto (EN), un "macca liotru". Spero solo non si riveli un redivivo "Giufà", personaggio della tradizione orale siciliana, non famoso certo per la sua scaltrezza ed intelligenza. Giufà è infatti il soprannome che qualcuno con cattiveria, ha affibiato all'ex parlamentare regionale di AN.

Al sindaco Stancanelli ed alla sua giunta appena nominata, va il mio più sincero augurio di buon lavoro, lavoro che giudicheremo, come sempre, basandoci sui risultati.

lunedì 21 luglio 2008

Consigli per le vacanze ...



Queste tre settimane sembrano non passare più ... facciamoci allora del male ascoltando questa bella dichiarazione d'amore di Giuseppe Castiglia.

Catania figghiozza do Patri Eternu


Che bedda Catania, Catania di notti
iu sentu ca u cori m'abbatti chiù forti
ndè strati, ndè chiazzi e intra i cuttigghi
Catania fà a matri e annaca i so figghi
poi l'alba d'argentu s'ammisca cò mari
Catania è a genti ca si usca u pani
ma quannu s'arrobba e si isunu i manu
Catania s'incazza e diventa vulcanu.

Catania è 'na pupa, capiddi castani,
labbra carnusi e l'occhi ruffiani
e quannu mi sapi luntanu du iorna
ca so vuci d'angilu mi rici torna
Catania umiliata, trattata cche peri
s'attrucca e si pettina pe' furasteri
e quannu c'ancontra du ziti filici
Catania romantica li binidici

Musica, c'è musica Catania abballa
restu ca vucca apetta a taliarla
chi bellu pettu chi formi, Catania ca non dormi
Musica, chi musica Catania sona
e si ndò menzu qualchedunu stona
fa 'na battuta schirzusa, Catania è spiritusa.

Che bedda Catania, Catania di notti
cu attracca, cu vivi e cu fa cosi storti
Catania è pueti, finomeni e geni
gilusa picchì pi nuautri ci teni
Catania cò Suli macari ndo nvernu
Catania figghiozza do Patri Eternu
si porta a braccettu l'amicu liotru
fra uduri di chiummu, di zagari e citru

Musica, c'è musica Catania canta
tutti cò saccu sta passannu a Santa
varda Catania che lesta, cu l'abitu da festa.
Musica, chi musica Catania ardita
o stadiu soffri e vinci a so partita
stanca ci abbruciunu l'occhi, s'appinnica nde scogghi.

Catania da guerra, Catania urricata,
distrutta e pì setti voti rinata
non c'entrunu i sordi, non c'entra a furtuna
Catania ndo Munnu ci nnè sulu una

Sceccu scannaliatu

E chi se lo scorda quell'urlo sadico e terrificante, fortunatamente non riferito a chi scrive ... "SI SCECCU SCANNALIATU" ...

Lo "sceccu" per i non pratici della lingua sicula è l'asino, lo "sceccu scannaliatu" ... è l'asino diventato esperto, grazie ad una brutta esperienza ...

Forse quello del professor Tullio Caponnetto, all'epoca titolare della cattedra di Analisi 1 presso la facoltà d'Ingegneria di Catania, non era sadismo ma una delle sue ennesime lezioni di vita: fai tesoro dei miei insulti oggi, supera con la testa questa bocciatura (la brutta esperienza), come appunto fece "u sceccu scannaliatu".

A questa conclusione pare non sia arrivato Renzo Bossi che "recidivo", dopo la bocciatura subita lo scorso anno in un liceo di Varese, non ha avuto miglior fortuna in questa sessione.


Con il senno di poi, il padre Umberto Bossi, più noto come il "senatur lumbard", ce l'aveva messa tutta per aiutare l'amato figliolo: Renzo aveva cambiato aria ed era stato iscritto presso un istituto parificato di Tradate, il Liceo "Bentivoglio", uno dei tanti che il mio caro professore d'Italiano, soleva chiamare "diplomifici".

Niente da fare, quale pensate sia stata la reazione del padre all'ennesima bocciatura del suo delfino? Va A Lavura' ... che L'è Mej !!!

Macché, il figlio del leader leghista, secondo il "dotto" e "raffinatissimo" genitore, è stato "bastonato" agli esami, tremate gente, dai soliti professori meridionali (veri e propri torturatori degli studenti padani secondo Bossi), che hanno punito il ragazzo, reo di aver portato agli esami, una tesina su Carlo Cattaneo !!

Immagino quante volte il patriota, filosofo di Parabiago, si sarà rivoltato nella tomba pensando agli improvvidi accostamenti subiti da parte degli esponenti del carroccio. Così come il maestro di Busseto, Giuseppe Verdi che andrebbe citato, oltre che per le sue indiscutibili doti di musicista, per essere stato uno dei padri della patria (le lettere del suo cognome, narra la leggenda, venivono scritte sui muri di Milano e Venezia "viva V.E.R.D.I. = viva Vittorio Emanuele Re d'Italia)" e che invece oggi viene invece ricordato, dagli "acculturati" esponenti della lega, come l'autore dell'immortale aria Va Pensiero (dal Nabucco ndr), scelta come inno della sedicente repubblica federale padana.

Vorrei dare un modesto suggerimento al buon Renzo Bossi. Dato che né la paternità, né la fede calcistica (Davide Ancelotti, figlio di Carletto allenatore del Milan, suo compagno d'istituto, sembra sia stato regolarmente promosso) possono essere cambiate, consiglierei al ragazzo innanzitutto di studiare e poi, se proprio non riesce a farsene una ragione, in virtù del detto "talis pater talis filius", di emulare il celebre padre, organizzando una finta festa di diploma, facendo così orgogliosi e felici i propri genitori e rendendo meno preoccupanti le vacanze dei suoi professori meridionali.



PS per la cronaca, nell'estate del 1996, mi capitò di essere nominato commissario d'esame presso l'Istituto Tecnico Industriale Statale Euclide di Caltagirone. Tra i tanti "scecchi" (una decina circa), bocciai un aspirante perito elettrotecnico che aveva portato una tesi sui trasformatori. Come allora oggi, non ho nulla contro la nota macchina elettrica, ma il candidato, figlio d'arte anch'egli (il padre era tecnico di laboratorio dell'istituto calatino) sconosceva persino l'esistenza della legge di Ohm.

venerdì 18 luglio 2008

Demodè ? ... Ciao Paolo

Nessuno ne parla ... non va più di moda ... è demodé parlare di mafia oggi.

Quando si parla di sicurezza, si pensa agli "scassapagghiari" (ladruncoli di campagna) o ai ROM. Non si capisce che la vera emergenza sicurezza nel nostro paese era ed è la criminalità organizzata. Cioé la prima azienda del paese, grazie ai suoi 90 miliardi di "fatturato" l'anno, circa il 7% del PIL.

Questo lo sapeva bene Paolo Borsellino e lo sapeva anche cosa nostra che esattamente sedici anni fa, il 19 Luglio 1992, uccise il giudice ed i cinque uomini della scorta. Una Fiat 126 parcheggiata in via D'Amelio a Palermo, nei pressi dell'abitazione della madre, con circa 100 kg di tritolo a bordo esplose. Morirono oltre al giudice palermitano Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Paolo Borsellino era cosciente dei rischi che correva. Qualche giorno prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivista MicroMega, definì se stesso "un morto che cammina". Ma questo non lo fece tentennare neanche un attimo.

Un paese civile non dovrebbe avere bisogno di eroi, altro che Mangano ... Paolo lo era davvero.

mercoledì 16 luglio 2008

Il coraggio di essere onesti ...

Un grande siciliano: Giovanni Falcone, disse una volta:

Chi non ha paura di morire muore una volta sola ...

Per me è facile, dal mio piccolo aventino finnico-meneghino, parlare di coraggio e legalità. Dire cosa è giusto e sbagliato, non esitare a prendere posizione su tutto e tutti ... molto semplice quando si è liberi grazie ad una splendida famiglia, ad un lavoro guadagnato a prezzo di grossi sacrifici, per il quale non si deve dire grazie a nessuno, ma soprattutto quando non si è costretti, nostro malgrado, a vivere la vita da eroi ...

Parlare di coraggio per Giovanni Crescente (già citato nel post Impresa in Sicilia ... si può fare) è certamente meno semplice. Nel suo articolo pubblicato sul numero 2 di "le nostre imprese" del giugno 2008 edito da Confindustria Caltanissetta, il Direttore di Confindustria CL e AG, parla di aver coraggio in Sicilia.

Mi piace molto come Giovanni affronta il tema. Non assume mai alcun atteggiamento vittimistico, ma analizza con lucidità le sfide che un imprenditore siciliano è costretto ad affrontare se vuole fare impresa nella propria terra.

Per Giovanni, l'imprenditore in Sicilia, non deve solo gestire i naturali rischi legati al business, ma deve scegliere quotidianamente la strada della legalità, non accettando "compromessi" ... vivendo la propria vita con coraggio quindi.

Non so se Giovanni avrà modo di leggere il mio modesto commento al suo articolo, ma mi piacerebbe citargli, un brano del Gattopardo diverso da quello noto, menzionato nel suo, tra Tancredi e Don Fabrizio "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Mi riferisco, invece, all'incontro tra il principe di Salina ed il piemontese Chevalley.



Come scrissi qualche tempo fa commentando un articolo di Riccardo Paterni, spero proprio che oggi Don Fabrizio, grazie agli onesti imprenditori radicati nel territorio ed a persone come Giovanni Crescente, possa essere smentito.

domenica 13 luglio 2008

Ciao Gianfranco ... forza Morena

Mi ha colpito molto la notizia della morte di Gianfranco Funari. Uomo non facile ma vero che non ha mai accettato compromessi dicendo sempre quello che ha pensato ...



Tanti i ricordi e gli attestati più o meno sinceri di stima, ammetto che ho deciso di risparmiarmeli tutti ... tutti tranne uno ...

«Amore mio te ne sei andato - è scritto -. Ti canto per l'ultima volta la nostra canzone: «Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare, e guarirai da tutte le malattie perché sei un essere speciale. Io avrò cura di te». Ti amo, Morena»

Così Morena che conviveva dal 1999 con Gianfranco Funari e lo aveva sposato nel 2004, condividendo con lui tutti gli anni della malattia, ha voluto salutare il suo uomo
... uomo non ominicchio o ancor peggio quaquaraqua come le persone che popolano quel mondo finto che è lo spettacolo, pieno di ipocriti e gente che ha fatto della quinta essenza della mediocrità, le ragioni del proprio successo.

martedì 11 marzo 2008

L'aria del continente ...

Perché "L'aria del continente" ? Forse perché ogni tanto, in passato, mi sono comportato come Don Cola Dusciu ...

Mi sono chiesto allora, come fare ad evitare eccessive "continentalizzazioni" o come avrebbe detto il mio amico Peppe Ficili ... ad essere "troppu assimilatu" ...

Credo sia possibile vivere lontani dalla propria terra, continuare ad amarla evitando di recidere il cordone ombellicale che ad essa ci lega. Questo modesto diario on line vuole esserne una piccola dimostrazione.

La vita è breve, viviamola lasciando dietro noi un mondo migliore.